Dario La Rosa

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La colazione dell’assassino, un’indagine di Iachìno Bavetta

La colazione dell’assassino è un’indagine di Iachìno Bavetta che potete leggere qui gratuitamente in versione integrale. Buona lettura!

L'immagine mostra una caffettiera e una tazzina di caffè. è stata realizzata per il racconto giallo "La colazione dell'assassino" di Dario La Rosa

Uno

Ascolta “La colazione dell'assassino #1” su Spreaker.

E ora erano cazzi. Senza zucchero. Che più amari non si può. 

Dalla teca del museo di Sant’Angelo Muxaro mancava uno dei reperti archeologici di maggior valore di Sicilia. Una scodella d’oro di sette secoli prima di Cristo che raffigurava sei buoi in fila.

Il fatto era di quelli seri, nella misura in cui il reperto non era neanche della Regione Siciliana, del Comune o di qualche ente che poteva metterci una pietra sopra o chiudere un occhio, tanto non se ne accorge nessuno. Doveva tornare a Londra, nel museo più importante al mondo. E lì mica si babbìa, rifletteva Iachìno trovandosi nella sala in cui era stato commesso il delitto. Il furto anzi, anche se il custode per poco non si pigliava un infarto e qualcuno avrebbe dovuto pagare per lui.

Che poi, com’era possibile? Un allarme, una guardia? Niente.

Forse aveva ragione Gerlando, lo aveva detto. Lì non ci voleva andare.

“Iachìno ma vero dici? Secondo te dobbiamo andare con la mia macchina in questo posto arroccato su una collina dove, lo scrive la guida: Il centro storico è un dedalo di minuscole viuzze?”.

“Per me possiamo andare con la Cinquecento, a condizione che non ti lamenti della velocità bassa e della schiena che ti si appiccica ai sedili in pelle”.

“Pelle. Di maiale”.

“Sempre pelle è”.

“Per stavolta me l’accollo. Più che altro perché sono curioso di vedere se è vero che mi farai mangiare questa famosa bruschetta di pane e fiori di cui mi hai parlato. Dubito però che possa diventare l’apertura di Ulapino. La gente non è pronta per questo genere di satira. Anzi, ti dico di più. Non c’è nulla da ridere”.

“È proprio questo il punto. Non possiamo puntare i riflettori solo sulle notizie assurde. Lo abbiamo detto tante volte. Serve anche spingere verso un pensiero creativo”.

“Non omologato, vuoi dire”.

“Esatto. Pensaci. Per fare la spesa, fra poco ci vuole il mutuo, le persone si dannano e impazziscono per avere quello che non possono comprare. Poi arriva uno che si fa beffa del mondo intero, raccoglie i fiori che gli crescono spontanei nel giardino di casa, un filo d’olio, un pizzico di sale ed è felice così. Se non è satira questa”.

“Passi per buona, ma ci vuole un titolo forte”.

“Lo troveremo. Strada facendo ci pensiamo”.

“E poi che facciamo”.

“Come che facciamo, Gerlà, ci giriamo il paese, è bellissimo. Ci sono orde di turisti che vanno lì per conoscere le tradizioni contadine che stanno scomparendo, per mangiare ricotta fresca, biscotti e sfincione”.

“Questo mi piace”.

“Ma poi tu che sei tutto letterato, mi chiedi? Non lo sai che è la città del re dei monti Sicani, Kokalos?”.

“Pare il nome di una bibita”.

“Vedi che ci sono necropoli e un tesoro sepolto. C’è una ciotola d’oro, al museo, che vale milioni e milioni. Ma vero non lo sai, Gerlando? Mi stai facendo preoccupare”.

Guarrasi guardò Bavetta dal divano della redazione in cui si era accomodato mentre il collega illustrava il viaggio.

“Iachìno, certo che lo so. È da mezz’ora che ti prendo per il culo”.

“Grazie Gerlà”.

“Prego Iachì”.

Due

Ascolta “La colazione dell'assassino #2” su Spreaker.

Dopo avere sbagliato strada un paio di volte, lo stop.

“Perché ti fermi al centro della strada?”.

“Non le vedi le pecore, Gerlà?”.

Il gregge era immenso. I cani da pastore lo guidavano abbaiando, mentre due figure scure arrancavano lungo le retrovie.

“Ma non puoi passare qua di lato?”.

“No, Gerlando, devi aspettare che sia la corrente ad attraversarti. Non puoi pretendere che abbia sempre la capacità di poterlo fare. Finirei per investire un animale e ammaccare la macchina. A che pro? Goditi l’attesa. Il passaggio della vita”.

“Io le guardo e vedo il passaggio di ottime costolette e fascette di ricotta”.

Ripresero il viaggio. Bastarono poche curve per trovarsi in una vallata verde che circondava un cucuzzolo pieno di case. Di quelle più esterne non si capiva come potessero stare lì, issate lungo la verticale del burrone. Eppure così era ed era uno spettacolo colorato.

“Pensa tu, Gerlando. Oltre questo perimetro non si può costruire altro. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Posti così tengono la gente unita”.

“Certo, contro l’abusivismo è una buona cosa. Oltre c’è il burrone, quindi niente case”.

“Anche questo non sarebbe male come articolo”.

Se Madre natura ferma gli abusivi. Dopo secoli di leggi mirate al contrasto e altrettanti di condoni per mettere tutto in regola, ecco che è la natura l’unica a poter mettere un freno al fenomeno dell’abusivismo dilagante.

Case, villette e baracche sbocciano a macchia d’olio alla velocità di un fungo. I controlli scarseggiano e quelli che ci sono vengono gestiti da personale che certamente non ha superato la visita oculistica, perché non si accorge di nulla.

Solo la natura ci può. Se sgarri, basta un alluvione per farti finire sommerso dal fango. In altri casi è lei a dettare i confini di case e palazzi.

La legge della natura, facile a dirsi, meno che a farsi. E chi la rispetta gode. 

“Chiddici? Gerlando, a braccio, un bel pezzo”.

“Sì Iachìno, ma vediamo di arrivare, adesso, che ho la camicia appiccicata al sedile”.

Arrivati in piazza, notarono che gli occhi degli anziani seduti al bar erano tutti addosso alla Cinquecento. Salvo notare che gli sguardi cambiarono espressione quando i due giornalisti scesero dalla macchina. Dalla domanda legata a chi fosse il proprietario dell’auto a quella più semplice e diretta “questi chi sono”, il passo fu veramente breve.

Gerlando, in questi casi, usciva dal torpore e passava all’azione al pari di un kamikaze giapponese. Si fiondò verso il gruppo di anziani. Iachìno lo osservò di spalle. La camicia azzurra era diventata di un blu intenso per via del sudore. Sentì nettamente cosa chiedeva mentre chiudeva il suo sportello.

“Buono lo fanno il caffè?”.

La domanda non era posta a caso. Insinuare che il caffè potesse non essere eccelso nel covo dei saggi del paese, poteva trasformarsi in un’offesa. Come a dire che se era brutto anche loro non ne capivano niente.

Non risposero. Gli anziani compresero la sfida e nessuno si sarebbe sbilanciato in una risposta che poteva costare cara.

Il caffè era buono e l’acqua era fresca. Iachìno si fece versare anche due gocce di anice, per lasciare in bocca una nota di freschezza. A lui il caffè non andava.

Gerlando uscì per primo e sancì l’accordo di pace.

“Ottimo, niente da dire”.

Gli anziani si rilassarono ma passarono al contrattacco.

“Voi di queste parti siete? Accomodatevi”.

Accettarono l’invito e Gerlando rispose.

“No, da Palermo veniamo. Dalla città. Qua vedo che siete in paradiso, un posto tranquillo”.

“Siete venuti pure voi per vedere la coppa d’oro?”.

Il vecchio che aveva parlato indicò col dito un pullman di piccole dimensioni, posteggiato nell’unico angolo in cui la strada era più larga.

“Ora ci andiamo. In verità siamo venuti a vedere se qui si mangia bene”.

Gli anziani guardarono il pancione di Gerlando e ammiccarono.

“Bene si mangia, bene si mangia. Dovete andare nella trattoria da Franco. Là, la vede quella stradina? Uscite dal museo e girate a destra. Trenta metri e la trovate. Ci sono i tavoli fuori. Ai turisti piace mangiare all’aria aperta”.

“E per andare a trovare la persona che dicono si mangia i fiori? Siamo giornalisti, volevamo incontrarlo”.

“Con Pierfilippo dovete parlare. È lì al museo, accompagna i turisti e gli fa conoscere le nostre tradizioni. Le cose all’antica piacciono alla gente che viene da fuori. Lui la conosce bene questa persona. Vi ci può portare di pomeriggio. È uno impostato, con la barba, non potete sbagliare”.

Iachìno e Gerlando si alzarono, salutarono e si avviarono verso il museo attraversando la piazza.

Tre

Ascolta “La colazione dell'assassino #3” su Spreaker.

L’uomo che gli si piantò davanti dopo aver fatto i biglietti, ridotti grazie al tesserino professionale, aveva la barba lunga, due spalle impostate e un pancione ingombrante.  Quando seppe che Bavetta e Guarrasi erano i giornalisti di Ulapino, gli riservò un caloroso abbraccio.

“Vi seguo da quando è nata la rivista, lo sapete? Oggi mi state facendo un bel regalo. Felice di accompagnarvi da Renato a mangiare i fiori. Ci dobbiamo andare di pomeriggio però. Ho un gruppo di americani in giro da stamattina. Ora sono al forno per ultimare la cottura del pane. Dopo la visita qui, fanno il laboratorio di cucina e poi li porto a San Biagio, per fargli conoscere la tradizione degli archi di pane. Se non avete fretta ci possiamo vedere qui in piazza verso le cinque”.

I giornalisti confermarono l’appuntamento e, dopo una stretta di mano alla guida turistica, iniziarono la visita del museo.

Gerlando si soffermava a leggere tutte le targhette. A Iachìno piaceva osservare gli oggetti e immaginare come doveva essere la vita nel passato.

“Tu dici che se la passavano meglio di noi, Gerlà?”.

“Se vuoi la mia, tutte queste differenze non c’erano. Se comandavi, facevi la bella vita e se eri di basso rango ti dovevi accollare la situazione”.

“Con la differenza che in giro c’era poca gente e si faceva tutto con calma”.

“Senti, saliamo all’ultimo piano a vedere la coppa d’oro che a momenti è ora di pranzo”.

Salirono all’ultimo piano della palazzina, dove c’erano i reperti di maggior valore.

Iachìno accelerò il passo.

“Gerlà, ma in sostanza sta coppa dove dovrebbe essere?”.

“Nella stanza in cui sei entrato adesso”.

“Ma niente vedo”.

“Guarda bene tra le teche perché non è grande. Tipo una scodella, un piattino”.

Gerlando entrò nella sala. In un angolo c’era un totem stampato in bianco su fondo nero, che raccontava la storia del preziosissimo reperto. Lesse ad alta voce per entrambi. Poi spostò gli occhi all’interno della teca di vetro illuminata a giorno e osservò a lungo Iachìno che non trovava le parole per rispondere.

C’era tutto: la storia, la targhetta e l’illuminazione. Mancava solo l’unica cosa che in realtà doveva esserci, la scodella d’oro.

Quattro

Ascolta “La colazione dell'assassino #4” su Spreaker.

Prima della sicurezza fu il turno dei soccorsi. Perché, il custode che prontamente andarono a chiamare Gerlando e Iachìno, dopo la scoperta del furto, reagì come il povero che becca il primo premio della lotteria. Non ebbe nemmeno il tempo di pensare a cosa fosse potuto accadere che cadde a terra svenuto. Per fortuna si riprese prima ancora che potesse arrivare l’ambulanza.

Piangeva. Mettendosi le mani ai pochi capelli che gli rimanevano, aveva consentito al riporto di lasciargli la testa scoperta. Il ciuffo ingellato, all’aria, somigliava alla cresta di un pulcino appena uscito dal guscio.

“Tutte cose ho perso, tutte cose. Ora il contratto manco a peso d’oro me lo rinnovano. La mia carriera come custode è finita”.

Secondo Iachìno, che ci fosse bisogno di un medico era cosa certa. Anche perché il tizio parlava di contratto e lavoro ma sembrava avere già superato di gran lunga l’età pensionabile. E del particolare si era reso conto anche Gerlando, che fece cenno a Iachìno di non parlare. Lo fece lui al suo posto, dopo averlo aiutato a sistemarsi su una poltroncina all’ingresso.

“Stia tranquillo, il museo avrà delle telecamere e comunque sarà assicurato. Non le può succedere nulla. Lei è l’usciere, no? Non è tenuto a stare nelle sale durante le ore di lavoro”.

Si persuase ma non troppo. Dopo un gran respiro tornò a farsi prendere dal panico.

“Ma quali telecamere, che assicurazione. Qua niente c’è. Il Comune non ne ha soldi per queste cose. A me i servizi sociali mi pagano. Sono un volontario. Finito sono, finito”.

Per fortuna arrivarono i soccorsi e, anche se l’usciere si era ripreso, i tipi dell’ambulanza lo obbligarono a mettersi in barella.

“Ma perché? Perché? Ora sto bene”.

“Questo lo deve dire il medico”, gli risposero.

“Ma scusate, non c’è il medico in ambulanza?”.

I due infermieri guardarono Iachìno.

“Già è assai che ci siamo noi. Io sono l’autista e sto facendo l’infermiere e il mio collega ha fatto solo un corso di primo soccorso. Lei pensa che ci prendiamo la responsabilità di dire che sta bene? Lo vede il medico e decide. Forza – dissero rivolgendosi all’usciere – che da qua ad Agrigento la strada c’è”.

“Ad Agrigento? – domandò perplesso Gerlando – ma non ci sono altri presidi medici in zona?”.

“Li hanno chiusi. Piccioli per la salute non ce ne sono più”.

Allacciarono le cinghie della barella e scivolarono via dal museo a sirene spiegate.

“Gerlà, hai sentito? Soldi per i musei non ce ne sono, per la salute neanche a parlarne e anche a noi i denari scarseggiano. Siamo messi bene, no?”.

“Benissimo. Così bene che forse, rispetto all’articolo sui fiori che si mangiano, possiamo optare per un più proficuo: Lo Stato del collasso”.

Gerlando non ebbe il tempo di finire la frase che si fiondarono nel museo due carabinieri. Una piccola folla si formava all’esterno, tra il curioso e il “io non c’entro niente qualsiasi cosa sia successa”. 

I militari dovevano essersela fatta a piedi di corsa perché respiravano come dopo una maratona.

“Vi sono finiti i soldi per la benzina? O a voi lo Stato ha ordinato di usare il numero due? Le gambe sono il miglior mezzo ecosostenibile in circolazione”.

Il tempo di riprendere fiato e uno dei due militari se la prese con Iachìno. Pure con Gerlando, per la verità, giusto che gli stava accanto.

“Voi chi siete?”.

Gerlando provò a riportare la calma.

Abbiamo soccorso l’usciere. Siamo giornalisti. Siamo quelli che si sono accorti del furto.

“Furto? Quale furto?”.

“Come quale furto, non siete qui per il furto della coppa d’oro?”.

“Veramente abbiamo sentito l’ambulanza a sirene spiegate e siamo corsi qui. Non succede mai in paese”.

Iachìno lanciò una frecciatina a Gerlando. Voleva dire: a posto siamo! 

“Stavamo visitando la sala con la coppa e ci siamo accorti che mancava. Dev’essere stata rubata. Siamo scesi qui di corsa ad avvertire l’usciere ma si è sentito male, così abbiamo chiamato l’ambulanza. Il resto dei fatti lo conoscete”.

“Appuntato, blocchi l’uscita e non faccia passare nessuno”, ordinò il più alto in grado.

“Credo che ci siamo solo noi”, puntualizzò Gerlando.

“Mostratemi la sala col reperto, poi dobbiamo portarvi in caserma per interrogarvi”.

“E lasciamo il museo sguarnito?”, domandò bonariamente l’appuntato.

Il maggiore in grado imprecò alzando la testa verso il soffitto.

“Vorrà dire che lo faremo qui l’interrogatorio. Ora andiamo nella sala. Anzi, lasciate che il collega vi perquisisca. Forza appuntato”.

Guarrasi guardò l’orologio. Ma non era per sapere l’ora, Iachìno lo sapeva. Era perché si avvicinava il momento in cui Gerlando si sedeva a tavola a mangiare. E ora questo momento era stato messo a rischio.

Cinque

Ascolta “La colazione dell'assassino #5” su Spreaker.

La sensazione di essere toccato da uno che non conosci non è mai piacevole. A ogni modo, né Iachìno né Gerlando avevano problemi a dimostrare che non avevano rubato la coppa d’oro, quindi l’operazione si svolse velocemente. Seguì un interrogatorio che aveva più il sapore della conversazione. Mancava solo il caffè.

“Dunque, voi avete fatto il giro del museo e vi siete accorti che mancava il reperto”.

“Sì”.

“E subito abbiamo chiamato i soccorsi”, puntualizzò Iachìno.

“Avete detto di avere incontrato la guida, Pierfilippo, qui lo conoscono tutti. Se i turisti che accompagnava non avessero visto il reperto avrebbero avvertito immediatamente la guida e sarebbe scoppiato il caos. Però, ne converrete, deve per forza essere stato uno di loro a rubare la coppa d’oro. A parte voi, non è entrato nessun altro al museo oggi”.

“Non dimentichiamo che potrebbe anche essere stato il custode”, puntualizzò Gerlando.

“Ma nessuno si cura di lui”, rispose l’appuntato.

“Proprio per questo. Non dà nell’occhio. Ci ha raccontato che è una sorta di volontario. Ne consegue che i suoi guadagni non possono essere chissà che”.

“No, non è possibile – il graduato fu perentorio – conosco personalmente il custode. Non avrebbe gli strumenti per comprendere come rivendere un pezzo di tale valore. E avrebbe potuto operare in momenti più propizi. Intendo giornate con maggiore afflusso. Sagre, aperture straordinarie. Insomma, situazioni in cui davvero risulterebbe difficile dubitare di lui”.

“Ma se non siamo stati noi, come mi pare palese, e non è stato il custode, non resta che la guida locale o qualcuno del gruppo di stranieri in viaggio”.

Il carabiniere proseguì dove Gerlando si era fermato a riflettere.

“Basta andarli a perquisire ad uno ad uno. Tra poco saranno in aereoporto a Palermo”. 

“E pensi che sia semplice? – chiese il graduato al collega – ci vuole un giudice, una autorizzazione e via dicendo. Il tempo è poco”.

“Se davvero è stato uno del gruppo dei turisti, bisogna considerare anche l’autista del bus, l’accompagnatore e il traduttore, se c’è. Concordo che la mano lesta venga da lì. Però non si può perquisire tutti. Se è stato un turista ci sarà anche un complice. O anche più di uno. Sarebbe impossibile. Quanto tempo abbiamo prima dell’imbarco in aeroporto? Se la coppa è in una delle valigie e vengono messe in stiva prima delle eventuali perquisizioni è finita”.

“Questi gruppi, in genere pranzano ad Agrigento e poi li accompagnano direttamente in aeroporto. Di solito partono in serata”.

Gerlando si intromise nella discussione fra i militari.

“Abbiamo ancora un po’ per pensare a quale possa essere la mossa migliore, che ne pensate di riparlarne subito dopo pranzo?”.

I militari furono spiazzati dalle parole di Guarrasi ma entrambi guardarono il quadrante dell’orologio appeso al muro dell’ingresso al museo e pensarono che forse si poteva fare. Lo confermò il graduato.

“Un pranzo veloce e operiamo. Se sbagliamo una mossa ci tiriamo dietro un polverone senza fine. Lo sapete che significa per un piccolo comune come questo perdere una delle poche occasioni di rilancio? Significa morire per sempre. Voi fate i giornalisti giusto? Lo sapete come funziona. Scappa una notizia del genere e muore il cane”.

“Quale cane?”, chiese l’appuntato che si tradiva per un accento non siciliano.

Iachìno tagliò la testa al toro.

“È un modo di dire che usiamo qui, significa che se si sgarra di una virgola è finita”.

“Abbiamo le idee più o meno chiare. Mangiamo e ci si mette all’opera”, concluse il graduato.

Erano tutti soddisfatti. Un boccone e avrebbero deciso il da farsi.

Sei

Ascolta “La colazione dell'assassino #6” su Spreaker.

I tavoli della trattoria da Franco erano allestiti al centro di un vicolo, sotto l’ombra creata dalle lenzuola stese all’aria dalle signore che abitavano ai piani superiori.

Il titolare si era inventato una singolare accoglienza, dovuta al fatto che i tre tavoli, lunghi a sufficienza per ospitare una decina di persone ciascuno, erano posizionati al centro della strada. Tutti quelli che abitavano lì potevano aprire la porta di casa e sedersi con gli ospiti. Anzi, partecipavano portando qualcosa anche loro. La signora Ciccina, ad esempio, portò una peperonata con aglio e basilico che lasciò una scia indelebile nel naso di Iachìno e Gerlando.

Il locandiere si affaccendava con un tagliere di formaggi e salumi e uno di quegli anziani incontrati la mattina al bar gli si avvicinò per continuare il lavoro col coltello. Il momento più bello arrivò quando il locandiere venne fuori con una zuppiera di margherite al sugo di maiale e ricotta e si mise seduto insieme a Iachìno, Gerlando e agli altri concittadini.

Versò il vino nei bicchieri e alzò il suo.

“Qui ci piace mangiare tutti insieme, al ristorante ma come si faceva una volta. Ci piace pensare che la nostra sia una famiglia allargata, ogni giorno si può sedere un nuovo parente, come voi in questo momento”.

Brindarono e subito dopo affondarono le forchette nel ben di dio che era stato distribuito nei piatti. La signora Ciccina saltò i convenevoli e andò dritta al sodo.

“Perciò, si può sapere com’è questa storia che si portarono il nostro oro? Ci fosse cosa di non fare venire più nessuno in paese, altro che turismo”.

Nonostante l’età, fu l’anziano del bar a bruciare tutti sul tempo.

“Ciccina già è scoppiato il putiferio. Appena si scopre, le mani gli tagliano”.

Caso o meno, dalla punta della strada spuntarono le figure del maresciallo e dell’appuntato.

“Fate fare alla giustizia che si risolve tutto”, disse il locandiere. 

Il tavolo rimase in silenzio fino all’arrivo dei militari. Iachìno e Gerlando speravano non ci fossero stati sviluppi che avrebbero potuto mandare in fumo il pranzo. I fatti dimostrarono che c’è sempre giustizia intorno a un tavolo.

“Signori, ci sono mica due piatti anche per noi?”.

“E che è successo, marescià?”, domandò il vecchio.

“È che in caserma è finita la bombola. L’acqua stava quasi per bollire ma il fuoco si è spento sul più bello”.

Il locandiere fece cenno di sedersi, andò in cucina e tornò con piatti e posate. Mentre serviva i militari si rivolse ai giornalisti.

“Vedete come funziona qui da noi? Chi si vuole sedere è benvenuto. Quello che c’è si mangia e si condivide”.

“È una dimensione unica – puntualizzò Gerlando – chissà quante storie sono passate da questi tavoli”.

“Tante, le posso assicurare. Meno quelle del consiglio comunale”.

“Perché?”, chiese Iachìno.

“Perché dal sindaco ai consiglieri, tutti pensano che siccome lavorano per il bene comune possono venire a sedersi qui a discutere mangiando gratis. E questo non mi sta bene. Dovrebbero pagare il doppio. Dovrebbero dare l’esempio di come va onorato il lavoro svolto con, criterio e seguendo le regole. Dico giusto maresciallo?”.

Il militare si limitò ad annuire. Se non altro perché aveva la bocca piena e rischiava di macchiare la camicia celeste di sugo.

Si saziarono facendo il bis di salami stagionati e formaggi salati che si scioglievano in bocca. Tornarono presto a parlare del furto, come se intorno al tavolo ci fosse un’intera sezione investigativa.

“Comunque, a me questa situazione che si è venuta a creare stamattina non convince. Io ho come l’impressione che ci sia un preciso disegno volto a screditare il paese. Noi cuciniamo e mangiamo coi turisti? A qualcuno non piace. O perché non può mettere il pane nell’insalata o  forse perché non vuole capire che senza questo barlume di luce i nostri figli li vedremo tutti fuori confine”.

Era combattiva la signora Ciccina. Di quelle donne rimaste troppo presto vedove e costrette a sobbarcarsi sulle spalle tutto il peso della vita. Si piegano piano piano quelle come lei, senza spezzarsi mai prima del tempo. Il tempo che concede la vita stessa quando è ben vissuta.

Non vi erano dubbi sul fatto che fosse il vecchio a replicare.

“Magari è qualcuno di qua, che pensa di arricchirsi alle nostre spalle”.

“In effetti – lo interruppe il locandiere mirando i carabinieri – non è che ci siano poi tutte queste misure di sicurezza. Né in paese e men che meno al museo”.

I militari mostrarono un pizzico d’irritazione.

“Calma. Calma”. 

Poggiò il palmo della mano sul tovagliolo che aveva di fianco al piatto ormai vuoto. 

“Nessuna buona indagine è mai partita da una supposizione. Semplicemente perché viene inficiata dal pensiero che possa essere la verità. Il pregiudizio è il più grave degli errori che può commettere un investigatore. E oserei dire che è una delle componenti che rovina la società in cui conviviamo. Occorre partire dai fatti, da quelli incontestabili. Come vuole il metodo scientifico, la cui verità deve essere provata e non può essere frutto di un’idea. Questa mattina il nostro custode ha aperto il museo e, come di regola (ma questo lo verificheremo in sua presenza se serve) fa un giro per vedere che non ci siano state manomissioni. Che abbia guardato anche nella teca della coppa è quasi certo perché, nel giorno dell’inaugurazione della mostra con cui veniva presentato il reperto che normalmente sta all’estero, le autorità non hanno raccomandato altro. E io ho sentito personalmente queste parole: prudenza e controllo. A conferma di ciò, ci sta anche la visita del gruppo di turisti guidati da Pierfilippo. I suoi introiti e il suo lustro personale stanno crescendo anche grazie alla storia di questo luogo. Ha fatto di questo modo di viaggiare lento, di far fare esperienze vere ai visitatori, il suo cavallo di battaglia. Se si fosse accorto dell’assenza del reperto avrebbe segnalato immediatamente. Il punto è che, a parte voi – indicò Iachìno e Gerlando sollevando il coltello che sarebbe stato utilizzato a breve per tagliare la frutta – nessuno è entrato al museo. Al di fuori del gruppo di turisti, ovviamente”.

“È stato uno di loro, allora”, esclamò l’appuntato.

“Su questo non c’è dubbio. Il problema non è solo comprendere chi ma soprattutto come. Se capiamo come e dove è stata occultata la coppa, allora il gioco è fatto. Non possiamo pensare che sia colpevole l’intero gruppo. Che abbiano la coppa e se la passino di borsa in borsa per non essere scoperti”.

Sia Gerlando che Iachìno avevano ascoltato l’analisi del militare. Fecero la loro domanda all’unisono, come nel nuoto sincronizzato.

“A che ora ripartono i turisti?”.

Rispose l’appuntato.

“Maresciallo, ho controllato come mi aveva chiesto prima di venire qui a pranzo. Partono stasera”.

Il locandiere si alzò all’improvviso.

“Io ho bisogno di un caffè. Chi gradisce?”.

Alzarono tutti la mano.

“Però bevete e poi ciascuno in ufficio o a casa. Dalla mia tavola voglio che passi la vita vissuta, i racconti. Il futuro fatelo voi, senza di me però, ho già partecipato a troppe avventure. Se riuscite a trovare la coppa me lo venite a raccontare. Che, come si dice, a raccontarlo è fesseria”.

Bevvero il caffè. I primi ad allontanarsi furono i due anziani. Poi fu il turno dei militari e infine di Bavetta e Guarrasi. Avevano un appuntamento anche loro, con Pierfilippo dall’uomo dei fiori. Con i carabinieri rimasero che si sarebbero sentiti se fosse venuto loro in mente qualcosa di rilevante.

Sette

Ascolta “La colazione dell'assassino #7” su Spreaker.

“Che ne pensi, Gerlà, lo trovano stu reperto prima che scoppia il caso nazionale con tutto quello che ne consegue?”.

“Quello che ne consegue, per una volta, mi preoccupa più del furto stesso”.

“In che senso?”.

“La natura dell’uomo, il luogo e il modo in cui tutto si manifesta sono impregnati di elementi che affossano tutti gli attori in gioco”. 

“Non puoi parlare più potabile? Non si capisce niente di quello che dici”.

“Riflessioni, Iachìno, non te ne curare. Penso che dove c’è uno stupido c’è sempre un furbo pronto ad approfittarne”. 

“Certo, il custode secondo me può iniziare a pensare a un altro lavoro. E forse pure il sindaco e quello, Pierfilippo. Si ammazzano la vita per portare i turisti in questo paese e questo è il ringrazio”.

“Non abbiamo certezze che siano stati i turisti a rubarsi la ciotola. Certo, sembra la trama di un film. Banda di criminali si intrufola in un museo durante una vacanza e se ne torna a casa col malloppo. Chi li controlla i visitatori? Portano soldi e vanno lasciati in pace, no?”.

“Sono fiducioso. Una sensazione, nulla di più. Ma mi sa che lo becchiamo questo stronzo. La gente di qui, lo hai visto, è semplice, sa apprezzare il poco che gli arriva. Non ce li vedo a pianificare un furto del genere”.

“Vediamo. Lì c’è Pierfilippo. Sentiamo che ha da dire”.

Aveva la faccia cupa, più di quanto la sua barba non restituisse già un’immagine da burbero.

“Lasciate qui la macchina e salite sulla mia jeep. Da adesso è tutta strada sterrata. È un peccato graffiare questo gioiellino”.

“Lo vedi, Gerlà, sei l’unico che non ama la mia Cinquecento”.

“Sì, infatti ci sta facendo salire sulla sua”.

“Andiamo”.

Il percorso lungo la trazzera di campagna fu così breve che non ci fu il tempo di prendere il discorso del furto. Ma non ci volle molto. Un signore magro, compito e particolarmente educato nei modi invitò Pierfilippo e i giornalisti a sedersi intorno a un tavolo rotondo sotto una pergola.

“Aspettatemi un attimo, arrivo subito”.

Si accomodarono. L’uomo tornò con un vassoio pieno di fette di pane abbrustolito e una caraffa con un infuso. Al secondo viaggio portò bicchieri e un cestino colmo di fiori.

Già, l’intervista. Era quello il motivo per cui erano lì. La satira vivente di un uomo che riesce a prendere per il culo un’intera società andando a braccetto con quello che offre la vita senza dover pagare il biglietto. 

Mentre armeggiava con olio d’oliva e petali colorati si mise a discutere dell’argomento.

“Fiori, pane, olio. Viene tutto dalla terra. Quando li avrete assaggiati sarete contenti di averne scoperto il sapore. Un piatto che potrete assaporare tutte le volte che vorrete, anche andando fuori in balcone tra i vostri vasi. Eppure? Guardate le facce che avete. Pierfilippo lo conosco da quando era ragazzo e in questo momento vorrebbe spaccare tutta la Palermo- Agrigento o perquisire tutti gli aerei in partenza pur di trovare l’autore del furto. E anche voi ospiti, è a l furto che state pensando. Non è così? Vivete in un mondo che non mi appartiene più. Da un lato sono felice che ci sia ancora qualcuno disposto a indignarsi, pronto a combattere. Ma pensateci. Questa rabbia per un pezzo d’oro. Ci fai forse il pane con l’oro? Te lo fa comprare, certo, ma se tutto intorno va in fiamme, puoi solo sperare che non si sciolga. Con l’oro della terra, il grano dico, ci fai il pane e con quello ti sazi nella buona e nella cattiva sorte”.

Mentre parlava condiva le bruschette. Sembravano tavolozze di colori. A Iachìno, quando avvicinò la sua fetta alla bocca, sembrò avessero lo stesso profumo dei tubetti con cui dipingevano certe volte Carmela e i bambini. Il morso fu amaro. Più masticava e più si manifestava questa nota. Se invece accarezzava i petali con la lingua, prevaleva dolcezza. 

“Mi sta bene – sentenziò Pierfilippo – ma me l’hanno fatta sotto ai denti e io con le bellezze della mia terra ci campo e vorrei potesse fare lo stesso anche mio figlio. Non me ne posso fregare. Voi siete stati con i carabinieri, vero? Me lo ha detto anche il locandiere da cui avete pranzato”. 

Iachìno prese la parola.

“Abbiamo fatto solo delle supposizioni e stretto il cerchio intorno a quelli che potrebbero avere commesso il furto. Il punto non è però lavorare sul chi, nello specifico, ma sul come. Ovvero su come sia stata occultata la coppa una volta rubata. Che sia stato semplice è indubbio. Niente allarme, teca non blindata, il solo guardiano in un’altra stanza e via dicendo. Se però scopriamo dove l’hanno messa…”.

Gerlando aggiunse due parole.

“Dobbiamo ricostruire i movimenti dell’intero gruppo. Da stamattina fino a ora. Se non abbiamo capito male abbiamo ancora tempo prima che prendano l’aereo”.

“Stanno facendo strada verso Punta Raisi”, rispose Pierflilippo.

“Ai controlli, un oggetto del genere non passa inosservato. Non è il mio forte – affermò Gerlando con sincerità – ma dobbiamo lavorare di fantasia. In modo da andare quasi a colpo sicuro e magari fare perquisire le valigie in aeroporto”.

Pierfilippo si passò le mani tra i capelli. Prima di parlare grattò con forza la barba cercando una visione. Non arrivò.

“Può essere uno qualsiasi di loro. Io gli racconto la storia del paese, li porto in giro e il museo, dopo piccoli cenni storici, lo visitano da soli. Quando ci siamo visti ero tornato a prenderli per proseguire il tour”.

Si rivolse al pastore, la sua richiesta aveva il suono della speranza.

“Forse tu – disse al filosofo dei fiori – hai notato qualcosa. Sono stati qui a fare colazione”.

L’uomo si versò l’infuso nel bicchiere e fissò a lungo le campagne circostanti. Prati, rocce, erbe spontanee, terra. Guardava tra le colline ma ripercorreva i volti della gente che aveva ospitato quella mattina.

“Ce n’era uno – disse – che teneva lo zaino stretto sul davanti. Non lo ha tolto dalle spalle neanche quando si sono seduti sulle panche per assaggiare le bruschette coi fiori. Ma basta questo per dire che sia il colpevole? Ciascuno ha i suoi modi. Ogni uomo è un mondo a sé. Io li osservo ad uno ad uno quelli che vengono qui. Dal modo in cui addentano i fiori comprendo che anima hanno. Lei Guarrasi, non era tanto convinto che potessero essere buoni, vero? Ha dato un morsetto di cortesia”.

Gerlando arrossì ma confermò senza vergognarsi.

“Lei invece, Bavetta, le mani in pasta le sa mettere bene e si capisce che conosce anche la campagna. L’ho visto da come ha odorato il fiore di borraggine dopo averlo preso tra le dita. Ho notato anche che ha chiuso gli occhi mentre masticava”.

Iachìno alzò il bicchiere di infuso a mo’ di brindisi.

“In ogni gruppo di turisti c’è qualcuno che mi resta in mente. Ma questi non sembravano avere segni particolari. Il loro accompagnatore, ad esempio, è uno che conosco da tempo, non so di quale parte sia, mi chiede di non mettere mai la ricotta fresca nelle mie scodelle. Porta sempre le sue da campeggio e mangia in quelle. Che vuoi farci? Ognuno ha le sue”.

Iachìno e Gerlando sapevano di avere poco tempo. Avrebbero voluto parlare dei fiori, di come l’uomo aveva scelto di vivere così ma erano presi dalla storia del furto.

“Parliamo coi carabinieri, vediamo se vogliono perquisire l’uomo con lo zainetto davanti. Aveva segni particolari? – chiese Gerlando”.

“Avete fretta, vero? Fretta di scoprire chi è stato, fretta di agire per paura di perdere l’occasione, fretta di dimostrare che la giustizia è nelle nostre mani. Ognuno ha fretta di essere. È per questo che faccio questa vita. Perché la natura sa aspettare e ti insegna a farlo. Ti regala quel che serve al momento opportuno. Il nostro compito è assecondarla. Io dico che si vivrebbe tutti un tantino meglio. Andate, adesso, andate pure. E pure tu Pierfilì, che ti fumano le orecchie. Tu la ami questa terra, sii protagonista. Com’è che dici ai turisti? Il tuo motto è una stupenda verità”.

“Che quello che per noi è una minchiata per altri può essere meraviglioso. Ora muoviamoci, però”.

Si strinsero le mani e partirono alla volta del paese. Per arrivare dai carabinieri non ci sarebbe voluto molto. Riferirono ai carabinieri e furono congedati.

“Solo una cosa maresciallo – chiese Gerlando – noi saremo di ritorno a casa. Ci chiama per farci sapere?”.

L’uomo in divisa disse sì e con quelle parole finì anche la gita.

Otto

Ascolta “La colazione dell'assassino #8” su Spreaker.

Nel viaggio di ritorno, Iachìno prese per primo la parola.

“Gerlà lo hai sentito quell’uomo? Ha risposto in due righe a tutte le domande che volevamo fargli”.

“Sei tu che dici sempre che la semplicità è un dono, no?”.

“A me sono piaciute molto le sue parole. E anche i fiori”.

“Infatti tu prima o poi te ne devi stare a contemplare la campagna”.

“Ci vivo già, non ti pare un inizio? E poi anche il motto di Pierfilippo è una bomba. Pensaci, siamo in una terra baciata dal signore e giriamo intorno alle minchiate. Conviviamo con ogni genere di spazzatura, pure umana intendo, e bocciamo ogni buono sforzo sul nascere”.

“Non vediamo le nostre bellezze. È storia vecchia”.

“Non è che non le vediamo. Le  distruggiamo sul nascere, le bellezze e le idee che ci stanno intorno. Arrivano gli stranieri e si innamorano della quotidianità. I panni stesi, il mangiare insieme, il contatto con i vecchi che hanno ancora qualcosa da raccontare, la natura”.

“Vengono, si innamorano e se ne scappano con l’oro nello zainetto”.

“Secondo te la ritrovano la coppa?”.

La risposta era contenuta nella suoneria del telefono di Iachìno che si mise a squillare mentre ormai erano a pochi chilometri da casa.

“Rispondi tu, Gerlà che io sto guidando”.

“È Pierfilippo”.

“Dai, avranno novità”.

Gerlando lo lasciò parlare fin quando non ebbe finito. Iachìno sentiva il vocione attraverso il microfono ma non riusciva a comprendere le parole. Quando Gerlando salutò, suo compare capì l’antifona.

“Niente coppa d’oro. Né sull’uomo con lo zainetto, né sugli altri. Pare sia stato perquisito l’intero gruppo. La notizia è rimbalzata ai piani alti e ora vogliono conto e ragione di questo furto. Mi ha detto che ripasseranno ai raggi x anche i bagagli pronti per la stiva, ma già pare che hanno visto, non c’è nulla”.

“Vuoi dire che si può perdere in questo modo un oggetto così prezioso?”. 

“È piccolo Iachìno, può essere stato infilato ovunque”.

“Lo vedi perché poi ci autodistruggiamo? Per questi fatti. Ma chi cazzo glielo porta a stu bastardo a fottersi una cosa che porta bene a tutti?”.

“Per come si stanno mettendo le cose, mi sa che scatta un’inchiesta bella grossa, sarà passato al setaccio l’intero paese. A cominciare da Pierfilippo, continuando con il filosofo e finendo col custode del museo”. 

Stavano arrivando a casa Guarrasi. Iachìno era stanco. L’unica occasione di fare giustizia era sfumato. Si era convinto che sarebbe stata una delle tante cause perse.

“Amunì, Iachìno io ora ti saluto che di lavoro ce n’è tanto e domani mattina mi devo alzare presto”.

“Mi sono sempre chiesto che ti svegli a fare all’alba, almeno io metto l’acqua all’orto. Ma tu?”.

“Prima o poi mi metto a correre. E poi mi piace l’alba. Il mattino ha l’oro in bocca”.

Si salutarono. Nel tragitto verso casa, Iachìno non faceva che pensare e ripensare all’ultima frase di Gerlando. E non capiva perché. Forse la parola oro, considerato che avevano cercato di recuperare la  coppa. Non sapeva. Si sforzava ma non arrivava nulla. Fino a quando non fu vicino a un incrocio al cui angolo c’era una famosa rivendita di musso e carcagnolo, la parte del muso del maiale da mangiare fredda a fettine sottili, con pepe e limone. Pensò di portarne un po’ a Carmela e ai bambini. Con un sorso di birra era la morte sua. Si avvicinò al banco e un signore in grembiule bianco con un coltellaccio in mano chiese quanto tagliarne. 

“Quattro piattini”, ordinò Iachìno.

Quando furono pronti, Iachìno specificò che erano da portare via. L’uomo si limitò a mettere una carta anti olio in cima e a fare una piccola torre con i piatti impilati uno sull’altro. Fu la composizione a torre a dare una forma alla frase che riguardava l’oro in bocca al mattino. Pagò e scappò in macchina col telefono che intanto chiamava all’indirizzo di Pierfilippo.

“So dove potrebbe essere la ciotola d’oro. Fammi chiamare dal maresciallo, non ho il suo numero. È urgentissimo”.

“È qui con me, stavamo commentando questa disfatta. Ci abbiamo provato”. 

“Ci riusciamo, passamelo, veloce”.

“Dottore Bavetta?”.

“Maresciallo, lei ha i mezzi per fare in fretta. Chiami in aeroporto e dica di bloccare l’accompagnatore. L’italiano intendo. Dovrebbe essere ancora nei dintorni visto che i tempi si sono allungati per i controlli eccezionali. Se non c’è, vedete verso dove si muove, un posto di blocco, non so. Vedete voi. Ha la ciotola, ne sono quasi certo”.

“Quasi?”.

“Neanche coi turisti avevamo certezza. Corra”.

La chiamata si interruppe. Il telefono di Iachìno aveva la batteria scarica.

Corse a casa mandando fuori giri la Cinquecento. Entrò in fretta esclamando “sorpresa” e mettendo i piattini sul tavolo. Carmela e i bambini avevano sentito il profumo e il bassotto Arturo si era messo ad abbaiare perché anche lui aveva capito l’antifona e voleva partecipare.

“Datemi un secondo, preparate la tavola, vi racconto tutto dopo. E mettete una birra in ghiaccio”.

Rimise il telefono in funzione e trovò decine di messaggi di chiamate. Sperava non fosse troppo tardi. Provò a richiamare ma non rispose nessuno. Provò e riprovò ancora ma nulla. Chiamò Gerlando e gli raccontò cosa era successo negli ultimi minuti e dell’intuizione che aveva avuto. Mentre stava arrivando al dunque si sovrappose una chiamata. Sullo schermo spuntava un numero che conosceva: la sala operativa dei carabinieri.

“Scusa Gerlà ti richiamo, sono i carabinieri”. 

Chiuse e rispose all’altra chiamata.

“Pronto?”.

“Dottore Bavetta?”.

“Sono io”.

“Qui la sala operativa carabinieri, la metto in collegamento col nostro comandante provinciale”.

“Minchia, il comandante”, pensò.

“Dottore, sono Luzi Claudio, il comandante provinciale, se non sbaglio ci siamo incrociati a qualche conferenza stampa. Seguo il suo giornale di satira. Sono stato informato dal maresciallo di Sant’Angelo della vostra giornata. Mi ha personalmente pregato di intercettare un accompagnatore turistico per il furto di cui lei sa. Non mi ha saputo dire come intervenire e dove provare a rintracciare il reperto. Ho una pattuglia dietro pronta a fermarlo, ma servono alcuni dettagli e pare non li abbia forniti”.

“No, è che mi si è scaricato il telefono”.

Iachìno spiegò con precisione il suo ragionamento e il comandante si limitò a dire che sarebbe stato contattato in caso di necessità.

Nove

Ascolta “La colazione dell'assassino #9” su Spreaker.

Fu una cena strana. Carmela si accorse subito che Iachìno era con la testa era da un’altra parte. Non rispose neanche ai bambini quando gli chiesero cosa avesse fatto in quel paese in cui si mangiano i fiori. Gliene aveva parlato prima di partire.

“Scusatemi. Se per voi va bene vi racconto tutto domani. Per farla breve hanno rubato un importante reperto archeologico dal museo civico, una coppa d’oro. Ora aspetto di capire se una mia intuizione può fare trovare sia la coppa che il colpevole”.

“Papà ma perché non facevi il poliziotto?”.

“Mi avevano detto che fare il giornalista era il miglior modo per non lavorare. E invece, guardate qui come sono ridotto”.

Carmela gli regalò un sorriso che stava a metà tra il rimprovero e la dichiarazione d’amore. Non ci fu il tempo di andare oltre. Il telefono squillò. Era nuovamente la sala operativa. Si allontanò da tavola e rispose.

“Dottore Bavetta?”.

“Sì?”. 

“Qui la sala operativa carabinieri”.

“Sì, ci siamo sentiti poc’anzi. Mi passate il comandante provinciale?”.

“No ma le riferiamo un suo messaggio. Si farà risentire appena possibile. Ha detto di confermare il ritrovamento del reperto”.

Chiuse il telefono e gridò “urrà” così forte che Arturo si mise a correre e ad abbaiare a più non posso. Tornò a tavola e sua moglie chiese se fosse andata bene. Rispose di sì, finalmente addentò con gusto e si mise a raccontare.

Dieci

Ascolta “La colazione dell'assassino #9” su Spreaker.

Parlava ancora quando il telefono tornò a suonare. Era Gerlando.

“Pronto?”.

“Iachìno ti rendi conto che mi hai lasciato in tredici senza farmi sapere dove pensi che sia stata nascosta la ciotola e senza che mi hai detto che volevano i carabinieri?”.

“Scusa Gerlà, ragione hai ma fra una cosa e l’altra ho perso il filo”.

“Dai racconta”.

“Udite udite, rullo di tamburi. Mi hanno appena richiamato i carabinieri. La coppa è stata ritrovata e del colpevole leggeremo domani sui giornali. Te lo avevo detto che poteva essere stato l’accompagnatore del gruppo. Pareva un angioletto con quei capelli biondi, l’hai visto quando l’abbiamo incrociato entrando al museo. Mai fidarsi delle apparenze”.

“Sì, Iachìno, che poteva essere lui ci eri arrivato a dirmelo ma come hai fatto?”.

“Te lo dico anche se non te lo meriti. Un poco anche grazie a te”.

“Addirittura”.

“Ti ricordi che mi hai detto che il mattino ha l’oro in bocca quando ci siamo salutati?”.

“Sì”.

“Ecco, rientrando avevo mille pensieri in testa. Poi mi sono fermato a comprare musso e carcagnolo da Acquolina in bocca e mi è venuta in mente la colazione raccontata dal filosofo di sant’Angelo. Ha detto che il tipo, il biondino, si portava sempre le sue scodelle da campeggio. Quando il tipo che mi ha incartato il maiale ha messo i piatti uno sull’altro mi è venuta la pensata. Ovvero che la coppa poteva benissimo stare in mezzo a due scodelle da campeggio. Sono fatte apposta per entrare una dentro l’altra. E visto che i passeggeri erano stati esclusi, a parte la gente del paese restava solo lui. E lo abbiamo fottuto”.

“Grazie per il plurale”.

“Siamo o non siamo una coppia? Soci di Ulapino, il giornale di satira più bello che ci sia”.

“Piuttosto, dobbiamo chiudere il numero e servono articoli”.

“Domani ci pensiamo, intanto mi godo la soddisfazione di averla fatta pagare a questo assassino”.

“Ma non è un assassino. Semmai un ladro”.

Iachìno si fece serio.

“Gerlà, non è forse un assassino chi si appropria delle cose di tutti per suo interesse personale, chi ruba raggirando, chi fa morire ogni giorno la speranza che insieme si possa godere della bellezza, della storia, di qualcosa che dopo essere appartenuta a un re diventa redistribuita? Non è forse un assassino chi antepone la propria soddisfazione e il desiderio di fare soldi a scapito degli altri? La bellezza è di tutti, Gerlà, e dovrebbe essere a costo zero”.

“Mi hai convinto Iachìno”.

“Grazie Gerlà, allora a domani”.

“A domani Iachì”.

Chiuse il telefono e andò a baciare Carmela, prendendola da dietro e affondando le mani fra i suoi ricci capelli rossi.

Tutte le avventure di Iachìnop Bavetta sono A QUESTO LINK.

Dario La Rosa – © 2025 – tutti i diritti riservati

I fatti narrati in questo libro e le persone citate sono frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose o persone è da considerarsi del tutto casuale.

Illumina l’ombra e sfida il tempo, ecco la scrittura di Dario La Rosa

Illumina l’ombra e sfida il tempo, ecco la scrittura di Dario La Rosa è il titolo di un’intervista pubblicata sul quotidiano La Sicilia, in cui si parla di libri e scrittura. Qui è riproposta integralmente

L'immagine propone la pagina con l'intervista allo scrittore dario la rosa sul quotidiano La Sicilia

Giornalista e scrittore, Dario La Rosa, con i suoi libri, tra cui la serie dedicata a lachino Bavetta, racconta con delicatezza la complessità della vita quotidiana, cercando e indagando la luce dentro le ombre. Lo incontriamo per parlare del suo rapporto con la scrit-tura, del nuovo romanzo “Come neve d’inverno” e del modo in cui guarda al futuro delle parole.

Dario, nel tuo percorso la scrittura è sempre stata più di un lavoro: una ricerca continua, un modo per capire il mondo e le persone. – Cosa è oggi, per te, la bellezza dello scrivere?

«È il profumo del caffè nell’attesa che esca dalla caffettiera, l’ultimo sorso del vino che hai amato, è la scoperta di sé stessi e del mondo che ci circon-da. E il momento in cui puoi tuffarti e vivere una vita ogni volta diversa».

Il tuo lachino Bavetta è un personaggio che nasce oggi continua ad accompagnarti da libro a libro. Cosa pensi lo renda vicino ai lettori?

«La sua umanità credo sia centrale, il suo modo di vedere le cose e di interagire con la gente. Mi sorprende la capacità di addentrarsi con umiltà, quella voglia irrefrenabile che porta alla verità, la curiosità di scoprire come si muovono gli ingranaggi della vita. Mi sorprende il suo sapermi dire tutte le volte qualcosa di nuovo che neanche io so prima di averlo scritto».

E adesso c’è il tuo nuovo romanzo, “Come neve d’inverno”.

«Questa storia è nata in uno di quei periodi in cui la morte ti tocca molto da vicino ma non arriva per forza a compimento. Quei momenti di profonda tristezza che possono però sfociare in una speranza. È un tema con cui tutti noi facciamo i conti. Ma in fondo, come diceva Epicuro, non bisogna avere paura: quando ci siamo noi, la morte non c’è per davvero».

A proposito di dediche, hai creato nel tempo una piccola consuetudine: invia-re, attraverso i social o via e-mail, un pensiero personale a chi ti legge da lontano, ogni volta che qualcuno si avvicina a una tua storia.

«Scrivere e inviare dediche è bellissimo, è il vero legame inscindibile fra l’autore e il lettore. Ascolto i pensieri e le critiche e poi scrivo qualcosa di personale che, a mio avviso, rinsalda la vicinanza con quello che si è finito di leggere. Non faccio mai dediche prima che il libro venga letto».

Oggi la scrittura sta vivendo una trasformazione profonda con l’uso dell’intelligenza artificiale. Da giornalista e autore, come guardi a questo cambiamento?

«Tutti i cambiamenti spaventano. Mi piace pensare che chi rimarrà fedele alla scrittura nata col cuore sarà come quei vecchi artigiani di altissima classe che saranno davvero amati da chi ne comprende il valore».

Scrivere è anche un modo per lasciare una traccia o un ricordo. Se dovessi pensare al tempo che verrà, a chi troverà un giorno i tuoi libri su uno scaffale, cosa ti piacerebbe che restasse di te, e della bellezza delle storie che hai scritto?

«Ho imparato ad amare la scrittura ascoltando le storie che mi venivano raccontate da bambino. Il sogno più bello è che le mie parole possano essere lette e raccontate anche a distanza di tempo. Tutto ha una fine, l’arte è l’unica cosa che non muore mai».

Scritto da Lisa Salfilippo e pubblicato su La Sicilia del 27 novembre 2025

Non è mai troppo tardi per una lettera d’amore

L'immagine stilizzata mostra la copertina di non è mai troppo tardi per una lettera d'amore di dario la rosa e fa vedere un antico monastero giapponese con un albero fiorito davanti

Ninetta lo ripeté in mente quando, a fine serata, invece di andare a letto, si era fermata sul suo scrittoio.

La sedia era messa di sbieco e non ci fu bisogno di spostarla. Una volta seduta, aveva appoggiato al suo fianco la stampella con cui si aiutava a camminare e aveva aperto uno dei tanti cassetti del mobile antico. 

Tirò fuori un foglio e da un altro cassetto prese un paio di penne. Provò per prima la vecchia stilografica che usava suo marito. Non scriveva più da tempo e il tratto si era trasformato in un grumo pastoso. Ne provò un’altra ma, nonostante il tentativo di riscaldarla con l’alito, riuscì a segnare solo un impercettibile incavo trasparente lungo tutto il foglio.

Le sue penne preferite non scrivevano più. Non se ne dispiacque, aveva avuto la capacità di non affezionarsi troppo agli oggetti, semmai, ne amava ricordare il perché le piacevano. Aveva ancora a mente la forma della stilografica con cui, anni prima, aveva firmato il suo contratto di lavoro. Era stato il dono del padre, felice per il successo ottenuto. La penna, però, durante una veloce scritta per un appunto in strada, le cadde per colpa della spinta involontaria di un passante. Finì tra le insenature di un tombino e si perse per sempre. Eppure la ricordava, così come ricordava la gioia negli occhi del padre mentre le veniva consegnata. Quelle immagini erano lì con lei, non servivano gli oggetti per essere presenti.

Prima di cena aveva passato mezz’ora in compagnia della Settimana enigmistica e aveva posato una comune biro nella tasca della vestaglia a fiori che usava quando era in casa. L’incavo era all’altezza della pancia, le bastò infilare la mano per trovarla.

La provò, nonostante fosse certa funzionasse. Osservò il tratto. Era blu, niente di più. Ne avrebbe preferita un’altra, se non altro per le cose che aveva da dire, ma si disse che quello che conta sono le parole che vengono usate, non l’eleganza con cui vengono scritte. Il foglio invece volle cambiarlo, quello doveva essere vergine. Riaprì il cassetto da dove aveva preso il primo, ne tirò fuori un altro e scrisse.

Mise la data, in alto a destra, poi si fermò a guardare il foglio bianco.

Aveva pensato a una frase con cui iniziare, mentre si accorgeva che la penna di suo marito era senza inchiostro. L’aveva scordata ma ne ricordava il concetto. Provò a dirlo in un altro modo ma non le piacque. Prese il foglio e lo accartocciò delicatamente, come a chiedere scusa per una colpa inesistente.

Le mani che avvolgevano la carta mostravano per intero la loro età. Erano sottili, con poca pelle intorno alle ossa, rese spigolose dai dolori articolari. Eppure restavano mani curate.

Tenne fermo con la sinistra un nuovo nuovo foglio tirato fuori dallo stesso cassetto e, con la destra, iniziò ripetendo nel silenzio della stanza le parole che aveva solo pensato qualche minuto prima.

Scrisse e non si fermò più, finché non ci fu più spazio, se non per due ultime parole, “tua Ninetta”.

Lasciò la lettera sullo scrittoio, senza rileggerla né guardarla. Si limitò a poggiarci la penna sopra. Poi, con i tempi di una donna ormai vecchia, raggiunse la stanza da letto e si andò a coricare.

Gli eventi erano stati una valanga che nemmeno un’altra montagna avrebbe potuto contenere, ma Ninetta aveva lo stesso potere dei giovani fuscelli. Sapeva piegarsi per lasciarsi travolgere senza spezzarsi.

Non sapevano neanche come dirglielo, per via dell’età e per la preoccupazione di cosa sarebbe potuto succedere dopo.

Alla fine era successo come succede sempre, con una telefonata in lacrime.

“Abbiamo perso Matteo, mamma. Si è sentito male all’improvviso, come è successo a papà. Hanno provato, hanno provato ma non è servito”.

A parlarle era stata Liliana, la sua secondogenita. Carlotta non poteva, non ce l’avrebbe fatta. Era un fiume di lacrime per suo marito e per il piccolo Matteo, che era a scuola ma di lì a poco avrebbe scoperto che oltre alla vita esiste anche la morte. Che arriva per tutti, senza preavviso e può toccare anche chi vuoi bene, chi ti sta vicino ogni sera. A volte si impara troppo presto e non c’è nulla da fare.

“Mi vesto, venitemi a prendere”.

Ninetta, che conosceva la morte da vicino, ebbe un fremito, dovuto a un pensiero che non riuscì ad afferrare.

Aveva perso il suo amore più grande. Guido, suo marito, se n’era andato cinque o sei anni prima. Doveva ogni volta fare i conti, perché era una data che scordava con facilità, o forse che non voleva ricordare. Gli era toccata la stessa sorte che adesso aveva portato via il marito di sua figlia. Che beffarda sa essere la vita. 

Mentre si preparava pensò ai genitori, quello sì, ne era certa, erano andati via da tempo. Eppure il ricordo andò a loro. No, però, non era questo che le aveva fatto balenare quello strano pensiero. Non era il momento giusto per metterlo a fuoco. Aprì l’armadio e con un paio di gesti di chi sa cosa cercare, spostò alcuni abiti sino a raggiungere quel vestito che sperava di non dovere indossare più: un pantalone e una camicia di colore nero.

Se l’era chiesto tante volte che vestito avrebbe dovuto preparare per la sua dipartita e tutte le volte aveva escluso con fermezza quel nero che le ricordava il buio. Lo aveva indossato solo una volta, la volta in cui se n’era andato suo marito. Era stato un dolore troppo grande per potere trovare conforto in una qualsiasi stoffa che indossasse l’allegria. Non ci credeva neppure lei, ma su alcune faccende non hai alcun controllo finché non accadono. Aveva perso amiche e conoscenti e tutte le volte aveva scelto di portare i fiori addosso. Pantalone nero, camicia a fiori. E a chi le faceva notare la discordanza, rispondeva con quello che pensava.

“Trovo nella morte anche un momento di gioia, quella di avere condiviso anche pochi felici attimi insieme. Le sue camicie erano il modo di ringraziare con reverenza chi le aveva permesso di stare bene. Con suo marito non c’era riuscita e adesso era la seconda volta.

Passò a prenderla il compagno di Liliana. L’aspettò davanti al portone. Ci volle un po’, prima che scendesse. L’età le aveva rallentato i movimenti che un tempo riusciva a compiere in fretta, le aveva strappato la voglia di correre anche quando fosse stato necessario. Aveva affrontato questo passaggio all’età adulta con garbo, come si fa quando la brezza di mare ti muove i capelli. Accetti il soffio o te ne vai. E a lei la vecchiaia aveva fatto piacere, aveva iniziato ad amare l’allungarsi del tempo, il potersi ricordare di tutte le azioni compiute durante il giorno. Almeno fino alla morte di suo marito. Poi qualcosa aveva detto basta.

In quella stanza opaca, in cui la disperazione era ovattata dalla compostezza, Ninetta aveva solo un pensiero. Ed era quello rivolto a suo nipote. 

Giocava nella sua stanza, perso in quell’attimo che puoi cogliere solo a distanza. Di giorni, di mesi, forse di anni. Consapevole solo di una perdita che non sai pesare, ma che prima o poi sei certo si paleserà con tutta la sua pesantezza.

Aveva abbracciato la figlia, Ninetta. Le aveva detto solo: “Poi passa”. Ma lo sapeva anche lei che non passa mai e che avrai sempre più voglia di colmare quella distanza. Era il modo con cui una madre rassicura una figlia. Nulla può minare le fondamenta. Un terremoto le scuote ma poi assesta le travi, anche in un’altra forma. L’importante è che stiano in equilibrio.

A consolare la figlia c’erano gli amici di sempre. Molto più calorosi e vicini di quanto potesse fare lei in quel momento.

Si concentrò su Giovannino, l’unico ad essere rimasto solo. Chi c’era domandava di lui, si interrogava di come avrebbe fatto senza un padre. Ma al contempo nessuno si curava di raggiungerlo, di dargli un abbraccio o una carezza. Doveva essere la prova di come sa essere codarda la paura, che ti fa sviare. Una fuga che lascia il vuoto.

Ninetta lo trovò nella stanza. Giocava con la creta. La appallottolava e la pressava, la appallottolava e la pressava.

Era immerso in un mondo in cui era difficile entrare, se non altro per la differenza d’età. Ninetta ci pensò ma non le tornò in mente nessun lutto che, da bambina, poteva averla fatta sentire come stava adesso Giovannino.

Prese una sediolina dal tavolinetto dei giochi e gli si mise accanto.

“Posso averne un po’ anch’io?”.

Giovannino la guardò e sorrise. Era molto affezionato a sua nonna. Compose una pallina con le mani, aggiunse dell’altra creta vergine e gliela porse dicendo che avrebbe dovuto schiacciarla per bene, perché doveva fare le pizze. Così si misero a cucinare insieme.

Nemmeno le lancette sapevano più quanti giri avevano fatto intorno al quadro dell’orologio. Non c’era più nessuno in casa quando la mamma andò in stanza per vedere come stesse suo figlio, come se fino a quel momento se ne fosse dimenticata.

Aveva avuto altri pensieri. Aveva dovuto sorreggere il peso di abbracci pesanti. Di mani che provano a essere consolatorie ma che in circostanze come quella aggiungono solo la consapevolezza del dramma in presa diretta.

“Siete qui?”.

Alla domanda della madre, Giovannino rispose che, con la nonna, le avevano preparato una pizza e che poteva sedersi, se voleva. Allora lei asciugò le lacrime che da ore le colavano giù lungo il viso e si mise accanto al figlio e alla madre.

“Nonna se il forno è caldo le possiamo infornare”.

Dalla porta Liliana osservava sua sorella, suo nipote e la madre. Sembravano un presepe.

“Posso averne una anche io?”.

Fu Ninetta a rispondere.

“Ce ne sono per tutti, vero Giovannino? Nella nostra famiglia c’è spazio per tutti”.

“Vieni zia, siediti lì accanto a mamma, le pizze sono quasi pronte”.

Mangiarono digiunando. Il dolore lasciava spazio solo per un pasto immaginato felice, intorno a un tavolo, fra brindisi e sorrisi.

Mentre mordevano per finta, Ninetta si chiese cosa stesse immaginando Giovannino; se vedeva al suo fianco il padre che non c’era più o se invece si vedeva lontano, a giocare su un prato assolato.

Lei aveva immaginato di stare a tavola con suo marito e mentre lo pensava, di nuovo, le balenò quello strano pensiero che non era ancora riuscita a tenere tra le mani.

La stanchezza finì per avvolgerli in un sonno riparatore che per qualche ora pose fine al dolore.

Ninetta quella notte dormì appena. Le balenava un’immagine che le strappava via la serenità che era riuscita a conquistare.

Da tempo aveva scelto di chiudere con questo mondo e di provare a raggiungere la persona che aveva sempre amato. Aveva sopportato a lungo la sua assenza ma ormai le figlie erano grandi e credeva fosse giunto il momento di poter dire basta.

Lentamente, il tempo e la vecchiaia l’avrebbero fatta arrivare al capolinea. Era serena, voleva concludere questo percorso. O, perlomeno, si sentiva pronta ad affrontarne l’ultimo tratto.

Quel lutto improvviso, però, aveva mandato in tilt un ingranaggio già in movimento.

Forse non era stata la morte a crearlo, era stato, di questo era certa, lo sguardo di suo nipote. Per tutta la notte si chiese come potesse superare quel momento. La madre, sua figlia, avrebbe dovuto farcela da sola. E lo sapeva, non sarebbe stato facile.

Quando era morto il suo, di marito, aveva rimboccato le maniche e fatto fronte al doppio delle fatiche. Suoceri e genitori non c’erano già più e quando quell’abbraccio effimero di amici e parenti era andato via, si era guardata allo specchio e si era guardata rimboccarsi le maniche. Arrotolava la camicia e si guardava gli avambracci. Erano ancora forti e si era detta che avrebbero potuto sostenere quel peso.

Questa volta era diverso. Guardandosi allo specchio vide i palmi delle mani piene di rughe. Si disse lo stesso che quel bambino aveva bisogno delle sue carezze, di quelle che sua figlia credeva non avesse potuto dare.

Quando era successo a lei, le ragazze erano molto più grandi. Avevano pianto insieme e insieme avevano affrontato i giorni più bui. Parlandone e rincuorandosi.

Si guardò ancora i palmi, prima di bagnarli e passarli sul viso assonnato.

La verità però era un’altra e adesso riaffiorava deciso il pensiero sino a quel momento rimasto offuscato. Quella morte e soprattutto l’affetto che nutriva verso suo nipote, le aveva mandato a monte i piani.

Nulla di complicato, si era detta che ormai il suo compito era stato portato a compimento. Era felice e le cose di cui poteva ancora rimproverarsi erano diventate improvvisamente di poco conto. Quando hai la visione completa della vita, scompaiono le piccolezze, anche quando ci hanno strappato il fegato a morsi.

Nietta aveva sentito dentro di sé una spinta verso l’ignoto. Aveva sentito il suo corpo rilassarsi come mai era avvenuto. Una leggerezza inconsapevole, qualcosa che la mente non poteva controllare. Sapeva di essersi avvicinata per la prima volta alla morte e alla chiamata aveva risposto con un sorriso. Si sentiva pronta. In cuor suo aveva voglia di ritrovare suo marito.

Non avrebbe fatto nulla per accelerare l’effetto di quella chiamata, avrebbe solo atteso, lasciandosi andare piano piano. Ma il nuovo lutto aveva mandato tutto all’aria. Soprattutto lo sguardo smarrito di suo nipote. Non poteva lasciargli un altro vuoto adesso. Per forza di cose avrebbe dovuto rimandare l’appuntamento con la morte e l’incontro con Guido. È per questo motivo che decise di scrivere la lettera.

Lo scrittoio era vuoto, ma il foglio e le parole impresse erano leggibili. Non avrebbe potuto consegnare il foglio in busta. Così lo lasciò lì, in modo che dall’alto del cielo, suo marito ne avrebbe potuto sbirciare il contenuto.

Lei sì, ci credeva, che sarebbe potuto accadere.

C’era scritto così:

Non è mai troppo tardi per una lettera d’amore.

E io sono ancora qui, ad aspettare il momento di ritrovarti.

Se il tempo e le circostanze ci frenano, sarà perché il nostro incontro dovrà essere divino.

Ero pronta a partire ma devo rinunciare e sono certa che, come hai fatto sino ad ora, mi saprai aspettare.

Pochi attimi ci separano ma lo sguardo fragile di un bambino, mi dice di tenere gli occhi aperti.

Gli abbracci sono destinati agli angeli e so che quando finirò di stringere il nostro nipotino, ti arriveranno il calore e l’affetto di cui siamo stati capaci. Insieme, anche lontani.

A presto,

Tua Ninetta.

Dario La Rosa – © 2025 – tutti i diritti riservati

I fatti narrati in questo libro e le persone citate sono frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose o persone è da considerarsi del tutto casuale.

In copertina stilizzazione di una fotografia scattata dall’autore durante un viaggio in Giappone

La Tartaruga Cassiopea

la foto mostra la copertina della storia per bambini la tartaruga cassiopea, in cui una tartaruga nuota prende il sole su un salvagente

Uno

La prima cosa che ho visto nella vita è stata un cielo stellato, che più stellato non si può.

Ero appena appena uscita dal guscio e avevo spazzato via i fastidiosi granelli di sabbia che mi coprivano gli occhi.

Ah, ecco, dimenticavo. Sono una tartaruga marina, una caretta caretta e passo la vita nuotando, sia d’estate che d’inverno.

Ero stata depositata dalla mia mamma poche settimane prima. Stavo dentro a un uovo sotto la sabbia, per stare al sicuro mentre crescevo più o meno quanto un pollice. 

In poco tempo, però, il guscio è diventato troppo piccolo. Per di più faceva un caldo infernale. Mi era venuta voglia di fare un bagno. Così, con il becco e le pinne avevo grattato e colpito fino a quando non si era aperta una fessura nell’ovetto.

Un altro colpo di becco e… swuuam, tutta la sabbia che mi aveva protetto fino a quel momento mi era caduta in testa. 

Allora ho chiuso gli occhi, preso un gran respiro e spinto con tutte le mie forze per sbucare fuori dalla tana.

Davanti a me c’era una distesa blu come la notte e la schiuma bianca delle onde bagnava la spiaggia.

È stato in quel momento che ho guardato in alto. Ho visto tutti quei puntini luminosi e il mio becco a punta si è trasformato in una fetta d’anguria sorridente.

Poi ho preso una rincorsa e mi sono tuffata. Che bella sensazione entrare in acqua. Era calda e accogliente.

Ho iniziato facendo sette capriole all’indietro. Un record nel mondo di noi tartarughe.

“Beeella” mi hanno detto le amiche che erano in acqua.

Poi ci siamo messe tutte in cammino, sapevo che le stelle mi stavano guidando da qualche parte, anche se non sapevo dove.

Due

La mia prima notte in mare è stata lunghissima, mi sembrava di non avere più le forze per andare avanti. 

Galleggiavamo vicine come una pioggia di cioccolato nel latte e ci tenevamo per le pinne in modo da rimanere unite.

“Ho sonno”, ha detto qualcuno che si trovava in mezzo al gruppo.

“Anche io”, “anche io”, abbiamo iniziato a ripetere tutte.

Così, senza che ce ne rendessimo conto, ci siamo addormentate mentre l’acqua ci trascinava chissà dove.

Tre

“Sveglia! È ora di nuotare”, gridò una voce quando ancora il sole non si era alzato all’orizzonte.

Prese dallo spavento, siamo scappate tutte.

“Ma che fate, non vedete che sono una tartaruga anch’io? Non abbiate paura, per un po’ sarò la vostra maestra. Volete imparare come si fa a vivere in mare, giusto? E allora seguitemi”.

Quattro

Ricordo benissimo la prima lezione, perché la nostra tartamaestra ci ha portati tutti in groppa. “Tenetevi forte”, ci ha detto mentre nuotava “e preparatevi ad andar giù”.

Si immergeva scendendo e risalendo come le note musicali e scivolava nell’acqua così dolcemente che mi sembrava di essere cullata.

La tartamaestra ci portò nel blu profondo, su uno scoglio ricoperto di alghe che ci solleticavano le pinne.

“Benvenuti alla Formica”, ci disse. “I passeggeri sono pregati di scendere senza dimenticare i bagagli. E ora a studiare!”, avvertì.

Io mi fermai a guardare il cielo. Notai subito che le stelle non c’erano più. L’azzurro sembrava la continuazione del mare, come in una palla, riempita per metà d’acqua e per metà d’aria.

A scuola, imparai a seguire le stelle quando era buio, e la linea dell’orizzonte quando faceva giorno. 

Il mio desiderio era toccare il punto in cui aria e acqua si danno un bacio.

Un giorno la tartamaestra si immerse e tornò con un grosso granchio in bocca. Lo sputò fuori e disse: “Questo si mangia”.

Non fece in tempo a finire la frase che una di noi si fiondò per dargli un morso.

Il granchio, però, la punzecchiò sulle pinne con le sue chele forzute e lei scappò piangendo dietro il guscio della tartamaestra.

“Era questo che volevo raccomandarvi. Sarà anche un buon pasto ma potete farvi male. In mare è così. Ogni cosa deve essere presa sul serio. Basta sbagliare una volta e squick, qualcuno ci mangia”, disse girando la testa e facendoci ridere tutte in coro.

“Aprite bene le orecchie – ripetè attirando la nostra attenzione – è importante che impariate un paio di cose: ad aver paura delle bolle e dei frullini”.

Nella scuola Formica, sezione blu profondo, imparammo subito a stare attente ai frullini. 

Una delle mie tartacompagne stava nuotando in apnea. Trattenne il fiato per moltissimo tempo e arrivò dove nessuna di noi era mai riuscita prendendo fiato una sola volta.

Segnato il record, si girò verso di noi. Le facemmo un grande applauso battendo le pinne e schiacciando rumorosamente il becco.

Mentre nuotava verso lo scoglio a pelo d’acqua, iniziammo a tremare. Un rumore assordante ci fece bruciare le orecchie dal dolore e tutto intorno a noi divenne bianco e pieno di onde.

Era il frullino, una barca passata a tutta velocità con la sua elica tagliente come un coltello.

La mia compagna ci finì in mezzo e non l’abbiamo più vista tornare.

La maestra venne verso di noi e ci abbracciò. Le scendevano lacrime d’acqua salata sulla guancia.

E tutte noi capimmo cosa fosse il frullino. Imparammo subito a tenerci lontane da quel rumore e ad andare giù in profondità se sentivamo arrivare una barca a motore.

L’altra cosa da conoscere erano le bolle. I sacchetti di plastica che galleggiano ovunque. In profondità, in superficie e vicino agli scogli.

Per insegnarci quanto fossero pericolose, la maestra ci prese per le pinne e ci infilò dentro a un sacchetto rosso portato dalla corrente vicino allo scoglio Formica.

L’impatto fu bellissimo. Sembrava che il mare avesse cambiato colore.

Quando la maestra ordinò di uscire, però, nuotammo senza trovare l’uscita.

L’aria che avevo preso per stare sott’acqua stava finendo. Mi aiutò un raggio di sole, lo seguii e trovai l’apertura. Chiamai le mie compagne e anche loro riuscirono a mettersi in salvo. 

“Che paura”, non sapevamo che la maestra era al nostro fianco, pronta a tirarci fuori dalla bolla di plastica in caso di bisogno. 

“Ecco”, ci disse “queste sono le bolle: sacchetti, tappi e reti galleggianti che inquinano il mare e mettono in pericolo tutti i suoi abitanti”.

“Ma da dove vengono? Se sono così pericolose, chi le ha inventate? Perché stanno qui con noi?”.

“Giuste domande”, ci disse la tartamaestra “le ha inventate l’uomo, come tante altre cose utili. Solo che alcune persone sono davvero sporcaccione e lasciano cadere in acqua i rifiuti. È per questo che il mare si è riempito di plastica. Si sono formate bolle così grandi da poterci camminare sopra”.

Cinque

Fra una lezione e l’altra diventammo grandi. Non proprio come la maestra, ma a tal punto da poter andare in giro da sole. Insomma, la scuola era finita. 

Avevamo imparato a fare la spesa sottomarina e a evitare i pericoli principali. Non restava che affrontare il blu e fare nuove amicizie lungo la corrente.

Avrei seguito le stelle. Ma prima volevo scoprire dove ero nata. Così lo domandai alla maestra.

“Noi?”, spiegò, “viviamo intorno a un triangolo di terra chiamato Sicilia, nel mar Mediterraneo. Un posto meraviglioso tenuto in piedi da un bambino”.

“Davvero?”, esclamai richiamando l’attenzione di tutti i compagni che si misero ad ascoltare la storia.

“Sì, un bambino che amava il mare e ogni giorno si tuffava per guardare i pesci e nuotare. Si chiamava Colapesce. 

Un giorno si accorse che una delle tre colonne che tengono in piedi la Sicilia si era spezzata. Allora il bambino decise di andare giù negli abissi per tenerla con le sue mani. E i pesci diventarono i suoi migliori amici”.

“Che meraviglia”, pensai. 

Poi venne il tempo di mettermi in viaggio.

Facevo amicizia con tutti i pesci che incontravo e mi fermavo a giocare a nascondino fra le alghe.

Un giorno finii su uno scoglio a forma di farfalla, c’erano spiagge color cristallo e scogli pieni di scorfani rossi che sonnecchiavano al sole. Me ne innamorai subito, anche se ci stavo per lasciare il guscio.

Nuotavo nel blu quando fui investita da un branco di tonni che viaggiavano a tutta velocità verso un gruppo di aguglie.

Sbatti di qua e sbatti di là, finii per perdere conoscenza. Per fortuna la corrente mi portò vicino a una spiaggia.

Ero dolorante ma per fortuna sembrava che i pezzi fossero tutti al loro posto. All’arrivo dei tonni avevo fatto in tempo a chiudermi nel guscio.

Mi accorsi che, sott’acqua, c’erano decine e decine di piedi. Alzai la testa e vidi tanti bambini giocare con le bolle di plastica.

Presa dalla paura, nuotai verso il largo. La tartamaestra era stata chiara: “Se sentite odore di pericolo, cambiate rotta e andate altrove”.

Quel giorno, però, era come se Nettuno, il dio del mare, volesse che restassi proprio vicina a quell’isola a forma di farfalla. C’era una corrente impertinente che mi tirava indietro. In più l’acqua era gelida.

Nuotavo e nuotavo senza avanzare di un centimetro. Ad un tratto, risalendo a galla per prendere fiato, qualcosa mi entrò dritta in gola. 

Era dura e non mi faceva respirare. I riflessi del sole sull’acqua mi accecavano e avevo la pancia dolorante.

Guardai in alto, come se l’istinto mi dicesse di cercare le stelle. Ma anche loro sembravano essere state cancellate dalla luce del giorno.

Chiusi gli occhi e svenni.

Sei

Mi risvegliai in una vasca di vetro. Se andavo avanti sbattevo la testa. Infatti avevo già due bernoccoli. In compenso la gola era libera e stavo bene.

“Plof”. Qualcosa cadde in acqua. “Plof”, un’altra e un’altra ancora. Erano sardine, non ci credevo. 

Avevo fame e ne addentai una con piacevole sorpresa: erano deliscate. Non c’erano le piccole spine che mi solleticavano la bocca quando mangiavo in mare aperto.

Erano due bambini a farle cadere in acqua. Credetemi, iniziavo a non capirci nulla.

Per fortuna, scoprii di non essere sola. In un’altra grande bacinella c’era una tartaruga che somigliava alla mia maestra.

“Tartamaestra, sei tu?”, le domandai timidamente. “Dove siamo finite?”.

“No piccola”, rispose aprendo il becco, “non sono la tua maestra, sono tarta Concetta. Sei all’ospedale delle tartarughe. È la mia casa da quando un frullino mi ha falciato il carapace. Tu invece ci sei finita grazie a un pescatore”.

“Davvero? Raccontami”.

Così, l’anziana tartaruga prese un gran respiro e iniziò a parlare.

“Il giorno in cui volevi fuggire dalle bolle hai finito per ingoiarne una ma, per tua fortuna, un pescatore si è accorto che eri in difficoltà e ti ha portata qui”.

“Tarta Concetta, ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”.

“Ho imparato a capire le parole delle persone e sono loro a raccontarmi cosa accade”.

“Davvero?”

La tartaruga Concetta rise.

“Diventerai famosa, sai?”.

“E perché”?

“Perché la bolla che ti stava uccidendo è diventata il simbolo di una scultura che si chiama PLASTIC”.

“Plastic? E che lingua è?”

“È il modo con cui gli umani chiamano le bolle. Hanno ingabbiato la sporcizia per dire alla gente distratta di non sporcare il mare. E siccome ti hanno salvata proprio da una bolla, sei diventata il simbolo del mare pulito”.

“Scusa tarta Concetta, ma come è uscita questa bolla dalla mia pancia, ho mica fatto una cacca gigante?”. 

“Ahahhah”, rise sott’acqua la tartaruga facendo uscire mille bolle di fila dalla bocca.

“Ma no, hanno preso una pinza lunghissima e hanno tirato fuori il tappo che avevi ingoiato”.

La tartarughina stentava a credere al racconto. Era stanca e, mentre tarta Concetta raccontava, si addormentò sognando di tornare a nuotare nuovamente in mare.

Quando si risvegliò le sembrò di rivedere quelle stelle che le indicavano la via da seguire, come quando era nata.

C’erano anche i bambini che le avevano portato le sardine. Tenevano in mano un foglio con tante stelle disegnate, come una pioggia di diamanti.

“Tarta Concetta”, chiamò “che succede?”.

“E’ il foglio con il tuo nome, significa che potrai tornare a nuotare nell’acqua salata. Sei guarita. Lo fanno con tutte le tartarughe che passano da qui”.

“Vuoi dire che mi chiameranno come una stella?”.

“Proprio così, ad ognuna assegnano il nome di una costellazione”.

“E io? Come mi chiamerò?”.

“Ti chiamerai Cassiopea, una costellazione lunga come i fiumi della corrente marina”.

Cassiopea alzò la testa e sorrise. Due bambini lasciarono cadere una sardina e la tartarughina la afferrò al volo. Era tornata in forze e si sentiva di nuovo pronta per nuotare. 

Venne sollevata e portata su una spiaggia piena di bambini che la guardavano. Un signore con una maglietta blu le accarezzò il guscio e indicò il mare. Le stava dicendo di andare.

Cassiopea si girò ancora una volta a guardare i bambini, poi, come quando era nata, spinse le pinne contro la sabbia per raggiungere le onde che si infrangevano a riva. Andò avanti fin quando non toccò l’acqua salata.

Il mare l’aspettava per la sua lunga vita.

Nota dell’autore

Cari bambini. Quella di Cassiopea è una storia vera, ingoiò un tappo a fine primavera. Il mare che la vide così bella decise di farla brillare ancora come una stella. La tartaruga di questa storia, una caretta caretta, è stata tratta in salvo da alcuni pescatori dell’isola di Favignana, il luogo a forma di farfalla in cui stavo costruendo, con l’aiuto di tanti bambini, un’opera d’arte che parlasse del mare e di quanto può essere pericolosa la plastica se non finisce nel giusto cassonetto della raccolta differenziata. Ho costruito tante gabbie di metallo a forma di lettere, in modo da poter scrivere PLASTIC. Dentro, io e tanti bambini, abbiamo messo la plastica raccolta dal mare. L’abbiamo ingabbiata in modo che non potesse far più male ai pesci, alle tartarughe e anche agli uccelli che popolano il mare. Cassiopea, per colpa del tappo blu che aveva ingoiato, non riusciva più a nuotare. Grazie ai medici e al personale dell’Area marina protetta delle Egadi, la più grande d’Europa, si è salvata. Il suo tappo è stato ingabbiato nella lettera S dell’opera. La stessa con la quale inizia la parola Speranza. Perché vogliamo credere che il mondo possa essere sempre più bello e rispettoso della natura e degli animali che lo popolano. Così, dopo aver davvero preso il nome di una bellissima costellazione, Cassiopea è tornata in mare, dove ancora nuota insieme ai suoi amici.

Dario La Rosa – © 2023 – tutti i diritti riservati

Libertà

foto mostra una bici d'epoca anni Quaranta trasformata in un'opera d'arte da Dario La Rosa. Il tirolo è Libertà

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Immaginate di dovere trasportare una bici da corsa su una Vespa.

Era quello che mi era appena successo. L’avevo caricata di traverso sul pianale e non mi restava che attraversare la città con questa sorta di mezzo alato.

Che problemi potevano esserci. Dovevo solo stare attento a non sbattere.

La città di cui parliamo è Palermo, notoriamente famosa per il suo simpatico traffico. Comunque, come fu, come non fu, la vespa e la bici sono arrivate a casa sane e salve, e pure io, che qualche dubbio in realtà l’avevo avuto.

Forse però è il caso di fare un passo indietro, perché vale la pena di sapere da dove veniva quella bici e che cosa dovevo farci.

Intanto, mi chiamo Dario, faccio il giornalista e vado a caccia di storie per poi scriverci libri se mi sono piaciute.

In quei giorni andavo alla ricerca di biciclette che avessero qualcosa da raccontare. Per la verità volevo averne una per farci un’opera d’arte. La volevo chiamare Libertà, perché ho sempre pensato che è qualcosa che devi prenderti con le tue gambe. Pedalare penso renda l’idea. Avevo chiesto in giro e avevo scoperto che negli scantinati di un locale alla moda che qualche decennio fa era stato un elegantissimo bordello, con tanto di balconata dall’alto sull’ingresso, c’erano una serie di biciclette che potevano fare al caso mio.

Era vero, in un angolo dello scantinato in cui ero arrivato attraverso un montacarichi, tra tavoli da biliardo, macchinari da bar e jue box non più funzionanti e abbandonati al loro destino, c’era un cumulo di biciclette appoggiate in fila su un muro.

Gli occhi avevano mirato su quella che, giusto giusto, era più vicina alla parete. Era visibilmente quella messa meglio. Erano bici appartenute alle forze dell’ordine e risalivano al periodo bellico. Bellissime, con i freni a bacchetta e il portagiornali sul manubrio.

Così, per prenderla, mi sono messo a spostare le altre che la precedevano. Alcune erano impolverate e storte, altre completamente arrugginite. Una aveva una forma diversa, però, era da corsa. Prima di prenderla per spostarla l’ho guardata. Era totalmente ricoperta da uno strato di materiale che somigliava al cemento. Sembrava come la superficie dei coralli e aveva l’effetto di quelle candele dei locali che, a forza di consumarsi, finiscono per ricoprire le bottiglie su cui sono state accese.

L’ho sollevata e mi sono impressionato. Era leggerissima. Va bene che era da corsa ma rispetto alle altre non c’era paragone. Allora ho provato a vedere se c’era qualcosa per riconoscerne la produzione, ma non c’era un angolo pulito. 

Non so se la leggerezza ha un suono. A me sembra di sì di sì, perché ho finito per portarmi a casa proprio questo telaio.

Provateci a scartavetrare a mano una bicicletta arrugginita. Provate a smontarla, soprattutto se i bulloni sanno resistere anche alla fiamma più calda. Eppure, piano piano, con una fatica da mangiarti i muscoli, ci sono riuscito. E scartavetrando qui e là mi sono accorto che, dalla parte frontale del telaio, stava venendo fuori qualcosa di interessante. La borchia in ottone della casa di produzione. C’era scritta anche una data: 1936.

Mi ero messo in testa di scoprire la storia di questa bici.

Non era semplice, ma dovevo trovare qualcuno che potesse ricordarsi quel nome. Qualcuno legato magari al mondo del ciclismo. 

Il posto in cui sarei dovuto andare si chiama via Divisi, una minuscola stradina che collega, in perpendicolare, due delle arterie storiche della città. Lì è tutto un dedalo in cui è bello perdersi per scoprire la vecchia anima di Palermo, ma via Divisi, almeno fino a qualche anno fa, la riconoscevi da lontano.

Era la strada dei biciclettai. Nei suoi trecento metri o poco più, le mura dei palazzi diventavano ogni giorno una vetrina a cielo aperto per tutti gli amanti delle due ruote. C’erano botteghe per la vendita, semplici meccanici e qualcuno che invece le biciclette le restaurava, partendo dai pezzi di ferro come il mio. Era lì che dovevo andare: in Vespa ma senza bici al traino questa volta.

Ho parcheggiato e mi sono messo a fare qualche domanda  in giro ma nessuno aveva mai sentito parlare di quel marchio. Forse era passato troppo tempo. E quando gli anni passano, senza che nessuno ne conservi la memoria, si perde tutto. Come le foglie secche spazzate via dal vento. Eppure non volevo mollare. Mi restava l’ultima bottega, quella in cui lavorava la persona più anziana tra quelle che avevo visto.

Mi sono avvicinato e gli ho detto: “Ne ha mai sentito parlare?”.

Solo che a Palermo, quando non sai chi hai davanti, la bocca la tieni sempre chiusa. Gli ho raccontato la mia storia, gli ho detto che ero un giornalista e che volevo solo cercare di recuperare una memoria perduta.

L’unica cosa che gli ho strappato di bocca è stato un: “Vai a vedere all’inizio della strada”. 

A quanto pare, qualcosa avrei trovato, guardando bene.

Ora, sui muri delle città puoi trovarci la qualsiasi. Scritte, segnali di uno sputo fresco, poesie appiccicate. Qui da noi puoi trovarci anche cassettine incastonate nella roccia che ricordano qualcuno. Lì, all’angolo della strada, c’era una di queste insenature. Una cassetta chiusa con una finestrella di vetro. Le chiamano edicole votive e in genere ci stanno i santi. Dentro, c’era un rimasuglio di fiori vecchi, lì da chissà quanto. Una lucina illuminava un nome e ne ricordava la storia. L’ho guardato. Era lo stesso nome impresso sul marchio della mia bicicletta.

Finito di guardare ho fatto una corsa per tornare a parlare con il biciclettaio che mi aveva dato la dritta. Ma forse avevo perso tempo, probabilmente non mi ero accorto dell’ora. La bottega era chiusa. Saracinesca abbassata. Nessuno davanti.

Nell’attesa di tornarci, ho continuato a lavorare alla bici, mi chiedevo se qualcuno ci avesse mai pedalato o magari ci avesse corso. Il produttore era certamente andato al creatore, ma magari aveva dei figli o qualcuno che poteva raccontare di una gara.

Bisogna sempre tornare dove si crede si possa trovare qualcosa, anche se è solo un’emozione. Pensa al mare, lo guardi e ti incanta, restituendo quello che portano le onde.

Al negozio ci sono ritornato il giorno dopo. Il bottegaio ha fatto finta di non riconoscermi.

“Sono quello di ieri, ricorda? Mi ha mandato alla punta della strada e quando sono tornato lei aveva già chiuso”.

Mi ha domandato se avessi trovato nulla.

“Sì che l’ho trovata l’edicola. Ma chi era questo signore?”.

Mi ha detto che era uno come tanti, solo, gli piacevano le bici. Aveva aperto la sua bottega e aveva avuto fortuna.

“Ma come spesso accade – mi ha confessato – le fortune finiscono se non c’è nessuno disposto a tirarle avanti”.

Mi venne in mente di quando, da ragazzino, andavo a fare il muratore. Alzavo sacchi pesantissimi di cemento sulle spalle e poi li caricavo su una carriola da portare ai mastri che stavano costruendo la casa. E, mentre loro martellavano chiodi sulle assi di legno, io sentivo il sapore della fatica che serve a mettere su qualsiasi cosa.

Da quella storia, in pratica, c’era poco da cavare. Ma non mi bastava, mi serviva l’energia giusta per far rinascere la ferraglia che mi ero portato a casa.

“Lei non si scanta di fare domande, vero? Ma perché vuole sapere di questo marchio che manco produce più?”.

Stavolta ero stato io a fare venire la curiosità al bottegaio e gli ho risposto sinceramente.

“Ho questa bicicletta da corsa, me la sono trovata in mano per caso. Era buttata in uno scantinato. E siccome a me piace fare rivivere le cose vecchie la sto restaurando. Per questo mi piacerebbe sapere a chi è appartenuta”.

Sorrise. Era la prima volta. Si lisciò i baffi e calò la testa come a dare risposta a qualcosa che doveva aver pensato.

Mi chiese se avevo una foto.

Allora ho preso il telefono dalla tasca del jeans e gli ho mostrato le foto che avevo fatto alla bici. Il come era e come stava diventando. 

Le guardò a lungo, scorrendo più volte. Poi mi guardò e si decise a parlare.

“Lo sa che forse è rimasto l’unico ad avere in giro questa bici?”.

“No che non lo so – ho risposto – ma mi faccia capire”.

Il bottegaio prese ad allisciarsi i baffi e poi poggiò le mani sul bancone di legno su cui metteva la merce da vendere o faceva piccole riparazioni. Mi raccontò che aveva lavorato per il produttore del marchio che mi ero portato a casa. Era un bambino, la prima esperienza di lavoro. E siccome di studiare non ne voleva, suo padre lo mandò da lui a lavorare. Mi disse che di queste bici da corsa ne avevano assemblate solo due o tre. 

“Erano per uno che correva – disse -. Una potenza era, veniva da qui, dalle strade di Palermo. Fine della storia. Ora è contento?”.

No che non lo ero. Non ancora.

“E questo ciclista aveva un nome? È ancora vivo?”, gli ho chiesto.

“Tonino si chiamava. Lo conoscevano tutti quelli che amavano le corse e andare in bici. Se campa ancora non lo so, ma non credo. Se è vivo lo trova dietro a una saracinesca del mercato delle pulci con suo compare. Dice che era il posto in cui aveva cominciato ed è lì che voleva finire i suoi giorni. Ma le sto parlando di tanti anni fa. Non ne so più niente io”, disse.

Lo ringraziai. Gli risposi che magari, se la storia avesse avuto una conclusione gli avrei fatto sapere. Misi in moto la vespa e partii. Sapevo già dove andare.

Il mercato delle pulci è uguale in tutto il mondo. Ognuno con le sue cianfrusaglie, ciascuno con la sua storia da raccontare. Quelli che riescono a resistere all’avanzata del nuovo da comprare a poco prezzo sono piccoli avamposti di un passato che abbiamo già lasciato alle spalle.

Questi posti profumano di storia, ne avverti l’odore del tempo nelle narici. E sono belli per questo, perché scosti la polvere e scopri un mondo che non c’è più. Che è andato via alla velocità con cui passano i giorni.

Quasi in ogni bottega, di fianco alla saracinesca d’ingresso, c’è un ragazzo o un signore che traffica con altra gente o aspetta un cliente in arrivo. Erano tutte persone troppo giovani per potere essere i ciclisti della ferraglia che stavo rimettendo a nuovo. 

Mi sono messo a passeggiare tra le botteghe in cerca di quella che poteva fare al caso mio. In ognuna c’era qualcosa che attirava il mio sguardo. Una cornice senza tela, un’ampolla di vetro verde, chiavi e lucchetti. Camminando sono stato richiamato dal suono di una radio. 

Si sentiva il fruscio ed era musica passata di moda. Ho provato a individuare da dove veniva. 

Più che una bottega era un minuscolo box, con attrezzi da riparazione e ferraglia alle pareti. C’erano solo alcune sedie di legno da riparare. Erano appese al tetto come peperoncini da fare asciugare al sole. Dentro, però, c’era solo il raggio di luce che entrava da fuori. Tutto il resto era al buio.

C’era un vecchietto, seduto su una poltrona messa di fianco a un tavolinetto da lavoro. Lì per lì non ho capito se stesse dormendo o se stava soltanto ascoltando la radio con gli occhi chiusi. 

Ne ho approfittato per guardarmi intorno. Le pareti erano sporche e buie. Gli occhi mi si sono poggiati su alcuni ritagli di giornale. Erano appiccicati uno sull’altro come a formare un collage che sembrava Guernica. Anche su quel muro pareva ci fosse stata una guerra. C’era una foto, però, che mi ha dato la spinta giusta. Si vedeva un uomo in sella ad una bici.

La canzone sfumò e l’anziano aprì gli occhi. Gli dissi buongiorno e fece il gesto di alzarsi senza riuscirci.

“Stia, stia, stavo dando un’occhiata”.

Mi rispose che lì ormai non c’era più niente da prendere.

“E cosa la spinge a venire qui alla sua età, allora?”.

Fu sincero, disse: “I ricordi, solo i ricordi mi tengono attaccato a questo luogo”.

Forse si era acceso un lumicino. Si sa, gli anziani hanno sempre voglia di raccontare qualcosa. 

“Che ricordi sono, ho tempo se vuole, le va di raccontarmi?”.

Così ho preso una di quelle sedie da riparare che non erano appese al tetto e mi ci sono seduto sopra.

“Stia attento che casca a terra”.

L’ho rassicurato con la mano, la sedia avrebbe retto.

Si fermò a guardare la radio. Immaginai stesse riascoltando la radio cronaca di una sfida in salita all’ultima pedalata, quella in cui le gambe sembrano esplodere e manca il fiato anche se stai arrivando in vetta e il vento soffia forte.

Mi guardò.

“Storie di bici le posso raccontare, le interessano?”.

“Certo che mi interessano”.

Volevo dargli fiducia e sono stato io a dirgli per primo che avevo avuto la possibilità di restaurare una bici antichissima. Gli ho raccontato di come l’avevo avuta e dello stemma d’ottone che c’era montato sopra. 

Gli luccicavano gli occhi come brillano agli anziani. Con piccole lacrime che non hanno più la forza di scendere giù.

Prese un respiro e si mise a raccontare.

Un dente d’oro non passa inosservato, neanche di notte e nemmeno se la pioggia cade incessante da ore. Calda, com’era quella sera a Palermo.

Tonino andava forte. Non ricorda neanche lui da cosa scappasse. Se dall’ultimo furto o da qualcuno che voleva prenderlo a mazzate. A dodici anni domande se ne faceva poche. Forse fuggiva solo dalle gocce che gli piombavano in testa. Era estate e quell’acqua arieggiava i polmoni. Da giorni si respirava la sabbia portata dentro le case dallo scirocco.

Con la coda dell’occhio si accorse di uno scintillio. Poco ci mancava che finisse a terra sul marmo. Per fermarsi era scivolato a lungo. Chi vive a Palermo lo sa. Appena si bagnano, le balate che ricoprono il dedalo di vie dei mercati diventano viscide come l’olio. Non era caduto, Tonino. C’era riuscito a stare in equilibrio. Era la cosa che sapeva fare meglio. Da quando era nato. Restare in piedi. Ad ogni costo. L’unico modo per tenere la testa fuori da quall’immondezaio che era la vita. La sua almeno.

Si calò e infilò l’indice e il medio nell’intercapedine della lastra di marmo. Al primo tentativo venne fuori una fanghiglia scura. Poi riuscì a prendere il pallino dorato. Lo avvicinò agli occhi. La luce dei lampioni gialli e gli occhi bagnati dall’acqua non gli lasciavano grande spazio di manovra. Riuscì a mettere a fuoco. Era un dente, un dente d’oro.

Gli fece venire in mente l’unico ricordo che aveva di suo padre. Lui ancora piccolo, sollevato a forza di braccia da chi lo aveva messo al mondo. Un sorriso sdentato. Storto e ubriaco. Un sorriso in cui lampeggiava la luce dell’oro in mezzo a un buco nero.

“Con questo ti puoi comprare tutto quello che vuoi”. 

Così gli aveva detto dopo avergli messo la faccia contro la sua. Ma di lui non aveva saputo più nulla. Pensò che fosse un segno. Lo strinse nel pugno e non lo mollò più. Se lo mise in tasca solo per aiutare la madre a sollevarsi dalla sedia della bettola in cui lavorava. Era da sempre così. Finiva il turno in cucina, si metteva seduta e si scolava una bottiglia.

“Non fare come me che arrivo stanca e mi siedo. Tu corri, corri sempre e non fermarti mai. Solo le gambe possono darti la libertà”.

Lo faceva Tonino, insieme al suo amico Peppe. Lo facevano quando riuscivano a infilare le mani nelle borse delle signore a passeggio e a tirar fuori i portafogli.

Tonino non dormì quella notte. Aveva paura di perdere il dente. Provò a resistere ma non ci riuscì. Si svegliò di soprassalto, quando la luce aveva appena iniziato a filtrare dalla persiana e l’aria era ancora fresca dopo la pioggia della notte. Aveva fatto un brutto sogno. Un uomo col camice bianco gli strappava i denti con una pinza. Non sanguinava ma sentiva il dolore. L’uomo diceva: “Non sono tuoi”.

Era sudato. La mano contratta. Dentro, però, il dente d’oro c’era ancora. Sapeva dove portarlo. Si vestì e fuggì via.

Il rigattiere non aveva nome. Per tutti quelli che lo frequentavano era solo il rigattiere. Erano grosse le sue mani, così come le spalle e il collo. Guardandolo in faccia si capiva che aveva la sua età. Alzava la saracinesca di una bottega nascosta in una viuzza del centro e ci si infilava dentro. La luce del sole bastava a illuminare la miriade di oggetti che ci teneva dentro. Un po’ di tutto, roba buona e roba cattiva. Se cercavi qualcosa ti sapeva dire dove trovarla e se invece ne avevi qualcuna da dargli gli assegnava un valore e ti faceva andar via contento. Per i ragazzini che rubacchiavano in giro era una sorta di banca. Tonino era uno di quelli.

Il rigattiere era seduto fuori su una sedia quando arrivò.

“Che c’è ragazzino, che hai portato? Fammi vedere”.

Tonino ebbe un attimo di titubanza. Sapeva che quell’oro non gli avrebbe fruttato così tanto dentro quelle mani. Ma lo tirò ugualmente fuori dalla tasca dei pantaloni e lo poggiò sul palmo pieno di linee profonde.

“Un dente? – rise richiamando l’attenzione del tizio che preparava le pentole per far bollire i polpi pescati di notte nella piazza lì vicino – che dovrei farci con un dente?”.

Tonino voleva rispondere ma fu il rigattiere a rubargli il tempo.

“Dimmi dove l’hai trovato”.

“Qua vicino, all’angolo della piazza. Era infilato in mezzo alle balate. Ieri sera l’ho preso, mentre pioveva”.

“E dimmi una cosa, ragazzino – sollevò il dente mettendoglielo davanti agli occhi con le dita che sembravano inghiottirlo – ce l’hai un sogno? Perché con questo puoi decidere di cambiare vita. È inutile che ti do i soldi, quelli te li bruci in una giornata o te li frega tua madre per farti mangiare. Dimmi, ce l’hai un sogno?”.

Tonino i sogni ce li aveva ma non aveva mai avuto la forza di spacchettarli. Stavano sigillati come le conserve dentro una latta che non aveva ancora osato aprire.

“Non ne hai, ragazzino? Sei ancora piccolo? Allora te lo racconto io che cosa è un sogno. Guardalo bene questo dente, lo sai di chi era?”.

“No”.

“Era di uno che chiamano mezza stampella. Uno che fa a cazzotti. Uno che ha una gamba un poco più bassa dell’altra e quando saltella per schivare i pugni sembra che penda da un lato. L’altro ieri notte c’è stato un incontro e mezza stampella le ha prese di brutto. Quell’altro era scaltro e veloce. Più veloce di lui. E nella vita, certe volte, dei essere veloce per non farti fregare. Lo sai chi era l’arbitro del match?”.

Tonino, in piedi davanti al rigattiere, stava per fare no con la testa. Ma lo sguardo aveva già parlato.

“No, non dirmelo. Te lo dico io. Ero io l’arbitro. Ci sono sempre io in mezzo a quelli che fanno boxe per strada. Volevo diventare un campione. E lo ero. Guarda che braccia mi ritrovo. Mi hanno beccato dopo una rapina e fine della storia. Mi è rimasto solo di poter guardare gli altri. Ma questi, questi che lascio scannarsi sono tutti atleti bruciati. Sono quelli che i sogni li hanno lasciati volare via come i palloncini. Quelli che pensano solo ai soldi o che credono che per vincere si può bluffare. Non è così, ragazzino. Mettitelo bene in testa. Che anche qua sulla strada ci sono le regole. E senza regole non si va da nessuna parte. Te lo ripeto per l’ultima volta. Ce l’hai un sogno?”.

Tonino ci pensò ma non gli venne in mente nulla. Poi chiuse gli occhi. Si vide su una bici. Pedalava e sentiva il vento in faccia. Volava anche, come fanno gli uccelli. Non hanno pensieri e forse lassù è tutto più leggero.

“Correre, mi piace correre. Ci viene una bicicletta con questo dente?”.

“Ragazzino. Te lo ricordi che cosa ho detto delle regole? Ora tu fai una cosa, vai al panificio che c’è a due isolati da qui, quello davanti al mare della Cala, così guardi le barche e ti rifai gli occhi. Entri e chiedi del panettiere. Non lo chiamare mezza stampella perché ti stacca la testa. Vai e gli dici che hai trovato questo dente e che ti hanno detto che era suo. Poi passa domani mattina qui da me, che vediamo che possiamo fare dei tuoi sogni”.

Silenzio. La bottega si era ammutolita sotto il suono di quelle parole. Anche la radio sembrava parlare a bassa voce.

Quando ha finito mi è venuto di fargli una domanda: “E’ lei Tonino, vero?

Mosse la testa.

“No non sono io Tonino. Ero solo un suo amico. E gli amici sono quelli che tengono in vita le avventure che si sono vissute insieme. Ero il suo meccanico, gli stringevo i bulloni quando serviva”. 

Gli ho stretto la mano e me ne sono andato. Volevo andare a riguardare la bici. Sembrava lucente, come fosse pronta a vivere una nuova vita. Volevo farci una pedalata. Sono montato in sella e ho sognato a occhi aperti le ultime parole del vecchio, come se le avessi in sottofondo.

Qualcuno se lo ricorda ancora Tonino. Che con quella bici comprò la vita a buon prezzo. Gli avevano anche dedicato una poesia scritta su un muro dopo tutte le gare vinte. Oggi non c’è più Tonino e neanche quella scritta. Chi lo ha visto passare dice che a Tonino non si poteva star dietro. Aveva una marcia in più. Faceva quello che gli aveva insegnato la mamma. Con le gambe voleva solo andarsi a prendere la libertà.

Dario La Rosa – © 2024 – tutti i diritti riservati – Musiche originali del podcast Casimiro Pecoraro

Manualetto della Minchia

foto mostra il libro il Manualetto della minchia di Dario La Rosa

E in principio fu la minchia. Ovvero: l’aggeggio che ci ha fatto nascere, quello che ha condito l’uovo dandogli quel pizzico di gusto in più. L’affare che ha catapultato migliaia di volontari dell’amore a farsi una maratona senza allenamento. Pronti, praticamente tutti, a soffocare in quel tunnel dell’inferno per amore della vita. Ma se il lancio è stato fatto bene ci sarà uno speleologo che riuscirà a trovare la retta via nella caverna. E a quel punto saranno tutti felici e contenti. O almeno si spera.

D’accordo, in quest’avventura “no limits” non è servita solo quella, la mitragliatrice ovviamente, ma diciamo che, nel complesso, è pur servita a qualcosa. Anche se adesso si può anche farne a meno per via di tutti quegli aggeggi medici che consentono di fare tutto senza far niente. Ma a noi piace pensare che sia ancora strumento d’importanza fondamentale, nella buona e nella cattiva sorte.

Già, perché la minchia soffre e gioisce proprio come una persona. Diciamo che è un’entità a sé, dotata di capacità non solo fisiche ma anche emozionali. Ed è per questo che bisogna conoscerla, educarla ed amarla. Per fare in modo, questo ce lo auguriamo, che finché morte non ci separi, ella possa essere da voi costantemente desiderata: che siate donne, uomini o qualsiasi altro genere di essere a cui piace fare all’amore.

IL NOME

Innanzitutto è bene precisare una cosa: la minchia è la minchia. Essa non può avere sinonimi, è un’entità a sé stante. Obietterete che tanti sono i sostantivi per parlare dell’oggetto in questione, ma nessuno di loro rende come questo.

 Il pene, il pisello, il cazzo, la mazza, il bazooka, l’affare, il membro, il marruggio, il cilindro, il coso, l’asta, il bimbo, l’uccello, non hanno nulla a vedere con una cosa che racchiude in sé non soltanto sesso ma anche arte, poesia e filosofia.

Non ci credete, vero? Un nome vale l’altro quando parliamo di quella entità che ci pende fra le gambe. Non è così, state a guardare.

 La minchia è il sostantivo perfetto per indicare una cosa che ha vita e che la dà, anche. Mai azzardarsi a sopravvalutarla e tantomeno a sminuirla. Nessuno direbbe mai di avere un minchione. Esso non è una parte del corpo ma è l’iconografia di un uomo le cui capacità intellettive sono ridotte al lumicino. Il minchione è quella persona che non sa prendere una decisione, che sottostà costantemente agli altri, uno che si accolla le decisioni altrui.

 La minchietta non ha bisogno di spiegazioni. Il significato è chiaro sin da subito. Una minchietta non vale niente, è una mezza cartuccia. E’ l’attributo da dare ad una persona priva di qualsiasi considerazione, che quasi non fa parte del regno umano. Figurarsi poi una minchina, è una cosa priva di senso.

 Non c’è altra possibilità, l’unità di misura dell’uomo è la minchia. Il sostantivo in sé, che non può avere alterazioni.

 Essa è un’icona, è un termine globalizzato, che nei paesi del Sud del mondo ha attorno a sé un’aura di rispetto. Effettivamente, ad un amico con il quale siete in buoni rapporti e di cui vi interessa realmente la salute psicofisica non chiederete mai soltanto come va. Dopo avervi risposto chiederete anche: “e la m….. come sta”?

E’ un modo per sapere se anche ai piani bassi è tutto ok, se la ginnastica viene fatta con costanza e soprattutto come l’atleta risponde agli allenamenti. A questa domanda dovrebbe esservi sempre risposto un semplice “tutto a posto”. Perché là sotto non ci possono e non ci devono essere mai problemi.

 E se anche dovesse capitare una stupidaggine, una semplice infezione, un innocuo fungo che si cura facilmente con una pomata o altre cose del genere, allora sì che scatta l’allarme. Innanzitutto, voi uomini duri che non avete mai bisogno dell’aiuto del dottore, perché tutto passa da sé e senza farmaci, chiamerete immediatamente tutti gli amici medici che avete registrato in rubrica. Giusto per avere informazioni più precise.

 Indipendentemente da quello che avranno detto concluderete comunque esclamando: “Ma allora che mi devo prendere?”. Vi imbottirete di farmaci, se è notte girerete per tutta la città in cerca di una farmacia di turno che possa darvi l’occorrente per rimettere a posto il tutto in breve tempo. No, in brevissimo tempo.

Nel frattempo, però, gli amici medici avranno parlato con altri amici e, nell’arco di qualche minuto, inizieranno ad arrivare telefonate di conforto.

“Ho saputo…”, risatina.

“Non ci scassare la minchia”, direte voi.

“Già è fuori uso di suo…”, altra risatina.

“Pare che in un paio di giorni passerà tutto, comunque niente di grave”.

“Menomale…”, ultima risatina accompagnata da un sincero respiro di sollievo per la salute altrui.

Ma non per la salute in generale, proprio per la salute del membro dello stesso club. In questi casi c’è una perfetta immedesimazione nell’altrui affare, un’empatia che ti porta a dire, “minchia, potrebbe venire anche a me”. Da qui la sincerità del cordoglio.

Ma non per forza qualcosa deve andare storto e quindi, se tutto va bene, sarà festa generale.

 LA PRONUNCIA

Sembra uno scherzo ma non lo è. Occorre pronunciare correttamente la parola in questione, affinché al destinatario arrivi esattamente lo stato d’animo che volete trasmettere. Altrimenti si rischia di fare il patatrac.

 Il modo con cui esprimersi non attiene certamente ai siciliani, che con questa parola in bocca ci nascono e ci muoiono. Non è un caso che, per scherzo o per offesa, a qualcuno venga detto senza troppe frottole: “Ma sempre la minchia in bocca hai?”. Il siciliano conosce un variopinto schema che potrebbe essere lungo e complesso come gli ideogrammi cinesi. Ma per chi si cimenta dalle altre regioni d’Italia si può fare un facile schema.

 A fare la differenza è spesso la prima lettera “i”. E’ lei che si allunga e si accorcia a seconda dei casi. Un “miiiiinchia” sarà inevitabilmente legato allo stupore. In genere c’è un pizzico di positività nell’espressione, sino ad arrivare alla completa gioia per una buona notizia. Ti sei laureato, hai vinto al lotto e via dicendo.

 Un velocissimo “inchia” senza neanche la pronuncia della “m” indica invece un pericolo. La possibilità di avere scansato l’auto che sta per venirti addosso o anche quella di veder tirare avanti il professore dopo che si è fermato a vedere se ti eri fatto passare il compito di matematica o la traduzione di latino. Cosa che avevi appena terminato di fare.

 Se la “i” è lunga ma ci si sofferma sulla “n” si è davanti ad una disdetta. Non siete riusciti a fare qualcosa. Avete preso un palo a calcetto o avete sbavato il rossetto che, con cura, avevate passato sulle labbra per esaltarne la forma.

LE RAGAZZE

Anche le ragazze usano la minchia. Come parolaccia. Non per parlare dell’affare che contraddistingue l’uomo. In genere, per quello usano sostantivi maschili ben più incisivi e precisi anche nell’immagine che direttamente trasferiscono. La usano più per espressioni legate alla noia o all’equivalente “mi piace” che si mette sui social. In modo delicato o per giustificarsi.

“Cicci, sono più di quaranta minuti che ti aspetto, mi avevi detto che eri pronta”.

Minchia, ma se ho fatto prestissimo!?

“ah, se lo dici tu…?”.

 Possono rafforzare anche un pensiero senza quasi fartene accorgere: “Minchia ma sei scemo?”. Oppure dare un peso maggiore al vago: “Che minchia ne so?”.

 Insomma, anche le donzelle hanno il loro mondo emotivo che ruota intorno all’affare.

LE PAROLACCE

 Sono tante ed ognuna serve ad uno scopo ben preciso. Alcune di esse possono anche essere usate per situazioni diverse ma arrivare, nell’intenzione, a colpire perfettamente il vostro bersaglio. Le più comuni sono queste.

 “Testa di minchia”: va usato per dire che una persona si è comportata in modo stupido o che ha fatto una cosa che non avrebbe dovuto.

In genere, chi riceve questa condizione in un contesto più serio è un po’ come un condannato a morte. E’ difficile tornare indietro sull’idea che ci si è fatta di quella persona.

“Minchione”: lo si usa al posto del “davvero?” ma anche per indicare una persona che magari fa lo scemo ma è simpatica. Nell’accezione negativa ci si riferisce invece a qualcuno che non ha proprio dove andare, che non è capace di integrarsi o di fare qualcosa nel modo corretto.

 “Sei una minchia”: significa che sei senza testa, che non controlli il tuo istinto e ti comporti in modo stupido. E’ la condizione che è preferibile non faccia parte del tuo modo di essere.

 Minchia molla: è colui il quale non riesce a rendersi un duro, proprio come durante un’erezione. E potete capire voi stessi quanto può essere grave non riuscire ad arrivare al dunque.

 “Minchia di mare”: poverina lei, l’oloturia, non c’entra proprio nulla. Sempre ferma in fondo al mare e pronta a espellere filamenti bianchicci simili a spermatozoi nel momento in cui la si colpisce sott’acqua. Ed è proprio così, se sei una minchia di mare non sei altro che un’ameba. Peggio per te.

 “A minchia di cane”: Sei stato dal parrucchiere e ti ha fatto un taglio non proprio alla moda o del tutto indecente? Ti ha fatto allora i capelli a minchia di cane. Non c’è esempio che renda meglio l’uso di questa locuzione.

 “Va scassaci a minchia”: è l’equivalente del “non rompere le scatole”, ma la locuzione può essere usata anche per mandare a quel paese la persona con cui state colloquiando.  L’espressione è tipicamente sicula e va pronunciata come fosse un’unica parola cui far saltare una “i”. Dovrebbe venir fuori più o meno così: “vascassacc’aminchia”. Esercitatevi.

 “Staminchia”: l’immagine che suscita è quella di un coso bello grosso. Che fa una certa figura, dunque. La parola sostituisce un più riduttivo “addirittura”, “complimenti” e via dicendo.

UN PIZZICO DI SCIENZA

La più importante enciclopedia on line, alla parola minchia spiega che si tratta di un termine latino “mencla” (da mentula – sporgenza) che stava ad indicare già a quel tempo l’organo riproduttivo maschile.

Ci sono versioni che indicano tale Min, dio egizio dal grande pene, e altre che si avvicinano alla funzione del mingere, ovvero di fare la pipì.

 Forse, però, occorre fare una digressione relativa all’etimologia del termine. Nel vocabolario è spiegato che l’uso del sostantivo equivale ad un’esclamazione. Un termine per indicare stupore, esattamente come oibò o il più esterofilo wow. Più difficile da decifrare è, invece, il collegamento tra l’esclamazione e l’uso del termine come indicativo dell’appendice sessuale dell’uomo. Varie sono le ipotesi, la più credibile sembra essere quella legata all’incontro tra Adamo ed Eva. Pare che quando decisero di mangiare la mela ed entrare nel peccato, Adamo si eccitò all’idea di poter avere Eva tutta per sé e, quando ella vide quel coso che da innocuo era diventato aggressivo e mostruoso, ebbe la forza di dire soltano: “Minchia!”. E così l’esclamazione oggi vene usata così.

 CONCLUSIONI

 Lo insegnano sin da quando si è bambini. Deve essere grande, più lunga possibile. Che serva o meno poco importa, è uno status simbol che ti porterai dietro per tutta la vita. Come andare in giro in Ferrari o con una anonima utilitaria. E allora giù col tira che allunga, con bimbi ancora muniti di pannolino che alla prima occasione utile prendono e tirano, prendono e tirano. E se il gioco riesce, tanto di guadagnato.

Non so poi le ragazzine come vengano a saperlo, ma lo sanno. C’è il passa parola dopo le prime esperienze dirette. Figurarsi. Ma anche fra uomini c’è un certo chiacchiericcio in età adolescenziale. Le palestre sono il campo di battaglia in cui potersi mostrare veri duri, anche se non si ha ancora la barba, o se invece è il caso di fare la doccia girati di spalle.

 Forme e colori, poi, hanno pure un bel da fare. Neanche si stesse parlando di un negozio di maglioni che espone tutta la propria merce in vetrina. Dritta, curva, di qua o di là e chi più ne ha più ne metta.

 Un argomento, in particolare, sembra rivestire parecchia importanza. Ma tu, dove lo metti? Effettivamente la cosa non è da sottovalutare, perché, tornando indietro di qualche riga, è la scelta che determinerà la forma futura, quella che definitivamente si presenterà all’universo dei partner da letto.

 Leggenda vuole che un tizio, una volta, sia andato da un compagno di scuola. Sarà stato si e no al primo anno di liceo. Bene, lui ci andò e gli disse se poteva accompagnarlo in bagno che doveva fargli vedere una cosa. Nessun uomo si tira indietro di fronte ad un amico che deve parlarli e quello, quindi, andò. Giunti fra gli orinatoi, il ragazzino si calò i pantaloni e le mutande e disse al compagno. Vedi? Ma tu sei combinato pure così? Sta sempre di lato. Io ho paura che, di questo passo, per accedere al paradiso devo mettermi di lato… Quindi attenzione alla conservazione nei boxer o nelle buon e vecchie mutande.

 C’è, in definitiva, come una venerazione dell’affare, soprattutto ad una certa età. E gli anziani te lo fanno capire che è il caso di dedicarci del tempo alla lavorazione di questa scultura. Perché è un po’ come le ali di Icaro, prima o poi (la minchia) finirà per sciogliersi.

Dario La Rosa – © 2016 – Tutti i diritti riservati

Dario La Rosa

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