Dario La Rosa

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Il piacere di farlo

Eppure, Gerlà, mi chiedo una cosa. Mi chiedo se con l’avvento delle tecnologie e forse anche con la valanga che ormai ci travolge sotto il peso dei piccioli da accumulare, ci sia o ci sarà più la possibilità di fare le cose per il puro piacere di farle.

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I Lynyrd Skynyrd

C’è tutt’intorno questo desiderio di emergere Gerlà, quasi fosse una necessità senza la quale viene meno il respiro. Ma, dico, non siamo né delfini né tartarughe, che devono per forza di cose emergere per prendere aria. Abbiamo la possibilità di stare all’aria aperta senza sforzo, respiriamo senza neanche rendercene conto. Quello che voglio dire, Gerlà, è che siamo già emersi, ciascuno di noi. E ti dico che non c’è differenza tra la pianura e la montagna. Da quota zero a quota tremila l’aria è sempre quella.

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Come diceva Picasso…

Eppure, Gerlà, un guaio l’abbiamo fatto. Abbiamo pensato che bastasse ridere e provare a farlo fare agli altri per pensare di cambiare il mondo. Guardati intorno, è inutile che ci prendiamo in giro. Stiamo andando a rotoli. Però lo sai cosa mi piace di noi e di tutti quelli che la pensano nel nostro stesso modo? L’inesauribile riserva di speranza.

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La luna vista da qui

Ciao Gerlà, pensavo alla Luna. All’uomo sulla Luna più precisamente. Vedere partire un razzo diretto nel cielo è sempre un’emozione indescrivibile. Sarà che invece di fare il giornalista, da piccolo volevo fare l’astronauta, però mi pare sempre incredibile. È che l’ho capito dopo quanto si doveva studiare, quindi alla fine ci ho levato mano.

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Rocco Papaleo, l’amicizia e le bolle di sapone

Noi stiamo sempre a parlarci Gerlà, che sia al telefono o davanti a un caffè, lo facciamo di continuo. Eppure non ci domandiamo mai a cosa portano le nostre parole. Mi fa ridere quando dici che dovremmo registrare le nostre considerazioni sulla vita e i nostri litigi che non portano a nulla.

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La delicatezza dei fiori di cappero

Oggi è il 19 marzo, è la festa del papà. Palermo, la mia città, si colora a festa. Si prepara la pasta con le sarde e il finocchietto selvatico e si mangiano le sfince, nuvole di pane in pasta che, dopo essere state fritte, si riempiono di ricotta e gocce di cioccolato. Manca poco alla primavera, e già i fiori splendono allegri tra mandorli, peschi e albicocchi.

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Di un libro, dell’Attimo fuggente e della speranza

Sai Gerlà,
ho letto un libro che dovresti sfogliare. Te lo ricordi Meri per sempre, il film? È il testo da cui hanno tratto la sceneggiatura e ti posso dire una cosa: come spesso accade, il libro è molto molto più bello.

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La colazione dell’assassino, un’indagine di Iachìno Bavetta

La colazione dell’assassino è un’indagine di Iachìno Bavetta che potete leggere qui gratuitamente in versione integrale. Buona lettura!

L'immagine mostra una caffettiera e una tazzina di caffè. è stata realizzata per il racconto giallo "La colazione dell'assassino" di Dario La Rosa

Uno

Ascolta “La colazione dell'assassino #1” su Spreaker.

E ora erano cazzi. Senza zucchero. Che più amari non si può. 

Dalla teca del museo di Sant’Angelo Muxaro mancava uno dei reperti archeologici di maggior valore di Sicilia. Una scodella d’oro di sette secoli prima di Cristo che raffigurava sei buoi in fila.

Il fatto era di quelli seri, nella misura in cui il reperto non era neanche della Regione Siciliana, del Comune o di qualche ente che poteva metterci una pietra sopra o chiudere un occhio, tanto non se ne accorge nessuno. Doveva tornare a Londra, nel museo più importante al mondo. E lì mica si babbìa, rifletteva Iachìno trovandosi nella sala in cui era stato commesso il delitto. Il furto anzi, anche se il custode per poco non si pigliava un infarto e qualcuno avrebbe dovuto pagare per lui.

Che poi, com’era possibile? Un allarme, una guardia? Niente.

Forse aveva ragione Gerlando, lo aveva detto. Lì non ci voleva andare.

“Iachìno ma vero dici? Secondo te dobbiamo andare con la mia macchina in questo posto arroccato su una collina dove, lo scrive la guida: Il centro storico è un dedalo di minuscole viuzze?”.

“Per me possiamo andare con la Cinquecento, a condizione che non ti lamenti della velocità bassa e della schiena che ti si appiccica ai sedili in pelle”.

“Pelle. Di maiale”.

“Sempre pelle è”.

“Per stavolta me l’accollo. Più che altro perché sono curioso di vedere se è vero che mi farai mangiare questa famosa bruschetta di pane e fiori di cui mi hai parlato. Dubito però che possa diventare l’apertura di Ulapino. La gente non è pronta per questo genere di satira. Anzi, ti dico di più. Non c’è nulla da ridere”.

“È proprio questo il punto. Non possiamo puntare i riflettori solo sulle notizie assurde. Lo abbiamo detto tante volte. Serve anche spingere verso un pensiero creativo”.

“Non omologato, vuoi dire”.

“Esatto. Pensaci. Per fare la spesa, fra poco ci vuole il mutuo, le persone si dannano e impazziscono per avere quello che non possono comprare. Poi arriva uno che si fa beffa del mondo intero, raccoglie i fiori che gli crescono spontanei nel giardino di casa, un filo d’olio, un pizzico di sale ed è felice così. Se non è satira questa”.

“Passi per buona, ma ci vuole un titolo forte”.

“Lo troveremo. Strada facendo ci pensiamo”.

“E poi che facciamo”.

“Come che facciamo, Gerlà, ci giriamo il paese, è bellissimo. Ci sono orde di turisti che vanno lì per conoscere le tradizioni contadine che stanno scomparendo, per mangiare ricotta fresca, biscotti e sfincione”.

“Questo mi piace”.

“Ma poi tu che sei tutto letterato, mi chiedi? Non lo sai che è la città del re dei monti Sicani, Kokalos?”.

“Pare il nome di una bibita”.

“Vedi che ci sono necropoli e un tesoro sepolto. C’è una ciotola d’oro, al museo, che vale milioni e milioni. Ma vero non lo sai, Gerlando? Mi stai facendo preoccupare”.

Guarrasi guardò Bavetta dal divano della redazione in cui si era accomodato mentre il collega illustrava il viaggio.

“Iachìno, certo che lo so. È da mezz’ora che ti prendo per il culo”.

“Grazie Gerlà”.

“Prego Iachì”.

Due

Ascolta “La colazione dell'assassino #2” su Spreaker.

Dopo avere sbagliato strada un paio di volte, lo stop.

“Perché ti fermi al centro della strada?”.

“Non le vedi le pecore, Gerlà?”.

Il gregge era immenso. I cani da pastore lo guidavano abbaiando, mentre due figure scure arrancavano lungo le retrovie.

“Ma non puoi passare qua di lato?”.

“No, Gerlando, devi aspettare che sia la corrente ad attraversarti. Non puoi pretendere che abbia sempre la capacità di poterlo fare. Finirei per investire un animale e ammaccare la macchina. A che pro? Goditi l’attesa. Il passaggio della vita”.

“Io le guardo e vedo il passaggio di ottime costolette e fascette di ricotta”.

Ripresero il viaggio. Bastarono poche curve per trovarsi in una vallata verde che circondava un cucuzzolo pieno di case. Di quelle più esterne non si capiva come potessero stare lì, issate lungo la verticale del burrone. Eppure così era ed era uno spettacolo colorato.

“Pensa tu, Gerlando. Oltre questo perimetro non si può costruire altro. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Posti così tengono la gente unita”.

“Certo, contro l’abusivismo è una buona cosa. Oltre c’è il burrone, quindi niente case”.

“Anche questo non sarebbe male come articolo”.

Se Madre natura ferma gli abusivi. Dopo secoli di leggi mirate al contrasto e altrettanti di condoni per mettere tutto in regola, ecco che è la natura l’unica a poter mettere un freno al fenomeno dell’abusivismo dilagante.

Case, villette e baracche sbocciano a macchia d’olio alla velocità di un fungo. I controlli scarseggiano e quelli che ci sono vengono gestiti da personale che certamente non ha superato la visita oculistica, perché non si accorge di nulla.

Solo la natura ci può. Se sgarri, basta un alluvione per farti finire sommerso dal fango. In altri casi è lei a dettare i confini di case e palazzi.

La legge della natura, facile a dirsi, meno che a farsi. E chi la rispetta gode. 

“Chiddici? Gerlando, a braccio, un bel pezzo”.

“Sì Iachìno, ma vediamo di arrivare, adesso, che ho la camicia appiccicata al sedile”.

Arrivati in piazza, notarono che gli occhi degli anziani seduti al bar erano tutti addosso alla Cinquecento. Salvo notare che gli sguardi cambiarono espressione quando i due giornalisti scesero dalla macchina. Dalla domanda legata a chi fosse il proprietario dell’auto a quella più semplice e diretta “questi chi sono”, il passo fu veramente breve.

Gerlando, in questi casi, usciva dal torpore e passava all’azione al pari di un kamikaze giapponese. Si fiondò verso il gruppo di anziani. Iachìno lo osservò di spalle. La camicia azzurra era diventata di un blu intenso per via del sudore. Sentì nettamente cosa chiedeva mentre chiudeva il suo sportello.

“Buono lo fanno il caffè?”.

La domanda non era posta a caso. Insinuare che il caffè potesse non essere eccelso nel covo dei saggi del paese, poteva trasformarsi in un’offesa. Come a dire che se era brutto anche loro non ne capivano niente.

Non risposero. Gli anziani compresero la sfida e nessuno si sarebbe sbilanciato in una risposta che poteva costare cara.

Il caffè era buono e l’acqua era fresca. Iachìno si fece versare anche due gocce di anice, per lasciare in bocca una nota di freschezza. A lui il caffè non andava.

Gerlando uscì per primo e sancì l’accordo di pace.

“Ottimo, niente da dire”.

Gli anziani si rilassarono ma passarono al contrattacco.

“Voi di queste parti siete? Accomodatevi”.

Accettarono l’invito e Gerlando rispose.

“No, da Palermo veniamo. Dalla città. Qua vedo che siete in paradiso, un posto tranquillo”.

“Siete venuti pure voi per vedere la coppa d’oro?”.

Il vecchio che aveva parlato indicò col dito un pullman di piccole dimensioni, posteggiato nell’unico angolo in cui la strada era più larga.

“Ora ci andiamo. In verità siamo venuti a vedere se qui si mangia bene”.

Gli anziani guardarono il pancione di Gerlando e ammiccarono.

“Bene si mangia, bene si mangia. Dovete andare nella trattoria da Franco. Là, la vede quella stradina? Uscite dal museo e girate a destra. Trenta metri e la trovate. Ci sono i tavoli fuori. Ai turisti piace mangiare all’aria aperta”.

“E per andare a trovare la persona che dicono si mangia i fiori? Siamo giornalisti, volevamo incontrarlo”.

“Con Pierfilippo dovete parlare. È lì al museo, accompagna i turisti e gli fa conoscere le nostre tradizioni. Le cose all’antica piacciono alla gente che viene da fuori. Lui la conosce bene questa persona. Vi ci può portare di pomeriggio. È uno impostato, con la barba, non potete sbagliare”.

Iachìno e Gerlando si alzarono, salutarono e si avviarono verso il museo attraversando la piazza.

Tre

Ascolta “La colazione dell'assassino #3” su Spreaker.

L’uomo che gli si piantò davanti dopo aver fatto i biglietti, ridotti grazie al tesserino professionale, aveva la barba lunga, due spalle impostate e un pancione ingombrante.  Quando seppe che Bavetta e Guarrasi erano i giornalisti di Ulapino, gli riservò un caloroso abbraccio.

“Vi seguo da quando è nata la rivista, lo sapete? Oggi mi state facendo un bel regalo. Felice di accompagnarvi da Renato a mangiare i fiori. Ci dobbiamo andare di pomeriggio però. Ho un gruppo di americani in giro da stamattina. Ora sono al forno per ultimare la cottura del pane. Dopo la visita qui, fanno il laboratorio di cucina e poi li porto a San Biagio, per fargli conoscere la tradizione degli archi di pane. Se non avete fretta ci possiamo vedere qui in piazza verso le cinque”.

I giornalisti confermarono l’appuntamento e, dopo una stretta di mano alla guida turistica, iniziarono la visita del museo.

Gerlando si soffermava a leggere tutte le targhette. A Iachìno piaceva osservare gli oggetti e immaginare come doveva essere la vita nel passato.

“Tu dici che se la passavano meglio di noi, Gerlà?”.

“Se vuoi la mia, tutte queste differenze non c’erano. Se comandavi, facevi la bella vita e se eri di basso rango ti dovevi accollare la situazione”.

“Con la differenza che in giro c’era poca gente e si faceva tutto con calma”.

“Senti, saliamo all’ultimo piano a vedere la coppa d’oro che a momenti è ora di pranzo”.

Salirono all’ultimo piano della palazzina, dove c’erano i reperti di maggior valore.

Iachìno accelerò il passo.

“Gerlà, ma in sostanza sta coppa dove dovrebbe essere?”.

“Nella stanza in cui sei entrato adesso”.

“Ma niente vedo”.

“Guarda bene tra le teche perché non è grande. Tipo una scodella, un piattino”.

Gerlando entrò nella sala. In un angolo c’era un totem stampato in bianco su fondo nero, che raccontava la storia del preziosissimo reperto. Lesse ad alta voce per entrambi. Poi spostò gli occhi all’interno della teca di vetro illuminata a giorno e osservò a lungo Iachìno che non trovava le parole per rispondere.

C’era tutto: la storia, la targhetta e l’illuminazione. Mancava solo l’unica cosa che in realtà doveva esserci, la scodella d’oro.

Quattro

Ascolta “La colazione dell'assassino #4” su Spreaker.

Prima della sicurezza fu il turno dei soccorsi. Perché, il custode che prontamente andarono a chiamare Gerlando e Iachìno, dopo la scoperta del furto, reagì come il povero che becca il primo premio della lotteria. Non ebbe nemmeno il tempo di pensare a cosa fosse potuto accadere che cadde a terra svenuto. Per fortuna si riprese prima ancora che potesse arrivare l’ambulanza.

Piangeva. Mettendosi le mani ai pochi capelli che gli rimanevano, aveva consentito al riporto di lasciargli la testa scoperta. Il ciuffo ingellato, all’aria, somigliava alla cresta di un pulcino appena uscito dal guscio.

“Tutte cose ho perso, tutte cose. Ora il contratto manco a peso d’oro me lo rinnovano. La mia carriera come custode è finita”.

Secondo Iachìno, che ci fosse bisogno di un medico era cosa certa. Anche perché il tizio parlava di contratto e lavoro ma sembrava avere già superato di gran lunga l’età pensionabile. E del particolare si era reso conto anche Gerlando, che fece cenno a Iachìno di non parlare. Lo fece lui al suo posto, dopo averlo aiutato a sistemarsi su una poltroncina all’ingresso.

“Stia tranquillo, il museo avrà delle telecamere e comunque sarà assicurato. Non le può succedere nulla. Lei è l’usciere, no? Non è tenuto a stare nelle sale durante le ore di lavoro”.

Si persuase ma non troppo. Dopo un gran respiro tornò a farsi prendere dal panico.

“Ma quali telecamere, che assicurazione. Qua niente c’è. Il Comune non ne ha soldi per queste cose. A me i servizi sociali mi pagano. Sono un volontario. Finito sono, finito”.

Per fortuna arrivarono i soccorsi e, anche se l’usciere si era ripreso, i tipi dell’ambulanza lo obbligarono a mettersi in barella.

“Ma perché? Perché? Ora sto bene”.

“Questo lo deve dire il medico”, gli risposero.

“Ma scusate, non c’è il medico in ambulanza?”.

I due infermieri guardarono Iachìno.

“Già è assai che ci siamo noi. Io sono l’autista e sto facendo l’infermiere e il mio collega ha fatto solo un corso di primo soccorso. Lei pensa che ci prendiamo la responsabilità di dire che sta bene? Lo vede il medico e decide. Forza – dissero rivolgendosi all’usciere – che da qua ad Agrigento la strada c’è”.

“Ad Agrigento? – domandò perplesso Gerlando – ma non ci sono altri presidi medici in zona?”.

“Li hanno chiusi. Piccioli per la salute non ce ne sono più”.

Allacciarono le cinghie della barella e scivolarono via dal museo a sirene spiegate.

“Gerlà, hai sentito? Soldi per i musei non ce ne sono, per la salute neanche a parlarne e anche a noi i denari scarseggiano. Siamo messi bene, no?”.

“Benissimo. Così bene che forse, rispetto all’articolo sui fiori che si mangiano, possiamo optare per un più proficuo: Lo Stato del collasso”.

Gerlando non ebbe il tempo di finire la frase che si fiondarono nel museo due carabinieri. Una piccola folla si formava all’esterno, tra il curioso e il “io non c’entro niente qualsiasi cosa sia successa”. 

I militari dovevano essersela fatta a piedi di corsa perché respiravano come dopo una maratona.

“Vi sono finiti i soldi per la benzina? O a voi lo Stato ha ordinato di usare il numero due? Le gambe sono il miglior mezzo ecosostenibile in circolazione”.

Il tempo di riprendere fiato e uno dei due militari se la prese con Iachìno. Pure con Gerlando, per la verità, giusto che gli stava accanto.

“Voi chi siete?”.

Gerlando provò a riportare la calma.

Abbiamo soccorso l’usciere. Siamo giornalisti. Siamo quelli che si sono accorti del furto.

“Furto? Quale furto?”.

“Come quale furto, non siete qui per il furto della coppa d’oro?”.

“Veramente abbiamo sentito l’ambulanza a sirene spiegate e siamo corsi qui. Non succede mai in paese”.

Iachìno lanciò una frecciatina a Gerlando. Voleva dire: a posto siamo! 

“Stavamo visitando la sala con la coppa e ci siamo accorti che mancava. Dev’essere stata rubata. Siamo scesi qui di corsa ad avvertire l’usciere ma si è sentito male, così abbiamo chiamato l’ambulanza. Il resto dei fatti lo conoscete”.

“Appuntato, blocchi l’uscita e non faccia passare nessuno”, ordinò il più alto in grado.

“Credo che ci siamo solo noi”, puntualizzò Gerlando.

“Mostratemi la sala col reperto, poi dobbiamo portarvi in caserma per interrogarvi”.

“E lasciamo il museo sguarnito?”, domandò bonariamente l’appuntato.

Il maggiore in grado imprecò alzando la testa verso il soffitto.

“Vorrà dire che lo faremo qui l’interrogatorio. Ora andiamo nella sala. Anzi, lasciate che il collega vi perquisisca. Forza appuntato”.

Guarrasi guardò l’orologio. Ma non era per sapere l’ora, Iachìno lo sapeva. Era perché si avvicinava il momento in cui Gerlando si sedeva a tavola a mangiare. E ora questo momento era stato messo a rischio.

Cinque

Ascolta “La colazione dell'assassino #5” su Spreaker.

La sensazione di essere toccato da uno che non conosci non è mai piacevole. A ogni modo, né Iachìno né Gerlando avevano problemi a dimostrare che non avevano rubato la coppa d’oro, quindi l’operazione si svolse velocemente. Seguì un interrogatorio che aveva più il sapore della conversazione. Mancava solo il caffè.

“Dunque, voi avete fatto il giro del museo e vi siete accorti che mancava il reperto”.

“Sì”.

“E subito abbiamo chiamato i soccorsi”, puntualizzò Iachìno.

“Avete detto di avere incontrato la guida, Pierfilippo, qui lo conoscono tutti. Se i turisti che accompagnava non avessero visto il reperto avrebbero avvertito immediatamente la guida e sarebbe scoppiato il caos. Però, ne converrete, deve per forza essere stato uno di loro a rubare la coppa d’oro. A parte voi, non è entrato nessun altro al museo oggi”.

“Non dimentichiamo che potrebbe anche essere stato il custode”, puntualizzò Gerlando.

“Ma nessuno si cura di lui”, rispose l’appuntato.

“Proprio per questo. Non dà nell’occhio. Ci ha raccontato che è una sorta di volontario. Ne consegue che i suoi guadagni non possono essere chissà che”.

“No, non è possibile – il graduato fu perentorio – conosco personalmente il custode. Non avrebbe gli strumenti per comprendere come rivendere un pezzo di tale valore. E avrebbe potuto operare in momenti più propizi. Intendo giornate con maggiore afflusso. Sagre, aperture straordinarie. Insomma, situazioni in cui davvero risulterebbe difficile dubitare di lui”.

“Ma se non siamo stati noi, come mi pare palese, e non è stato il custode, non resta che la guida locale o qualcuno del gruppo di stranieri in viaggio”.

Il carabiniere proseguì dove Gerlando si era fermato a riflettere.

“Basta andarli a perquisire ad uno ad uno. Tra poco saranno in aereoporto a Palermo”. 

“E pensi che sia semplice? – chiese il graduato al collega – ci vuole un giudice, una autorizzazione e via dicendo. Il tempo è poco”.

“Se davvero è stato uno del gruppo dei turisti, bisogna considerare anche l’autista del bus, l’accompagnatore e il traduttore, se c’è. Concordo che la mano lesta venga da lì. Però non si può perquisire tutti. Se è stato un turista ci sarà anche un complice. O anche più di uno. Sarebbe impossibile. Quanto tempo abbiamo prima dell’imbarco in aeroporto? Se la coppa è in una delle valigie e vengono messe in stiva prima delle eventuali perquisizioni è finita”.

“Questi gruppi, in genere pranzano ad Agrigento e poi li accompagnano direttamente in aeroporto. Di solito partono in serata”.

Gerlando si intromise nella discussione fra i militari.

“Abbiamo ancora un po’ per pensare a quale possa essere la mossa migliore, che ne pensate di riparlarne subito dopo pranzo?”.

I militari furono spiazzati dalle parole di Guarrasi ma entrambi guardarono il quadrante dell’orologio appeso al muro dell’ingresso al museo e pensarono che forse si poteva fare. Lo confermò il graduato.

“Un pranzo veloce e operiamo. Se sbagliamo una mossa ci tiriamo dietro un polverone senza fine. Lo sapete che significa per un piccolo comune come questo perdere una delle poche occasioni di rilancio? Significa morire per sempre. Voi fate i giornalisti giusto? Lo sapete come funziona. Scappa una notizia del genere e muore il cane”.

“Quale cane?”, chiese l’appuntato che si tradiva per un accento non siciliano.

Iachìno tagliò la testa al toro.

“È un modo di dire che usiamo qui, significa che se si sgarra di una virgola è finita”.

“Abbiamo le idee più o meno chiare. Mangiamo e ci si mette all’opera”, concluse il graduato.

Erano tutti soddisfatti. Un boccone e avrebbero deciso il da farsi.

Sei

Ascolta “La colazione dell'assassino #6” su Spreaker.

I tavoli della trattoria da Franco erano allestiti al centro di un vicolo, sotto l’ombra creata dalle lenzuola stese all’aria dalle signore che abitavano ai piani superiori.

Il titolare si era inventato una singolare accoglienza, dovuta al fatto che i tre tavoli, lunghi a sufficienza per ospitare una decina di persone ciascuno, erano posizionati al centro della strada. Tutti quelli che abitavano lì potevano aprire la porta di casa e sedersi con gli ospiti. Anzi, partecipavano portando qualcosa anche loro. La signora Ciccina, ad esempio, portò una peperonata con aglio e basilico che lasciò una scia indelebile nel naso di Iachìno e Gerlando.

Il locandiere si affaccendava con un tagliere di formaggi e salumi e uno di quegli anziani incontrati la mattina al bar gli si avvicinò per continuare il lavoro col coltello. Il momento più bello arrivò quando il locandiere venne fuori con una zuppiera di margherite al sugo di maiale e ricotta e si mise seduto insieme a Iachìno, Gerlando e agli altri concittadini.

Versò il vino nei bicchieri e alzò il suo.

“Qui ci piace mangiare tutti insieme, al ristorante ma come si faceva una volta. Ci piace pensare che la nostra sia una famiglia allargata, ogni giorno si può sedere un nuovo parente, come voi in questo momento”.

Brindarono e subito dopo affondarono le forchette nel ben di dio che era stato distribuito nei piatti. La signora Ciccina saltò i convenevoli e andò dritta al sodo.

“Perciò, si può sapere com’è questa storia che si portarono il nostro oro? Ci fosse cosa di non fare venire più nessuno in paese, altro che turismo”.

Nonostante l’età, fu l’anziano del bar a bruciare tutti sul tempo.

“Ciccina già è scoppiato il putiferio. Appena si scopre, le mani gli tagliano”.

Caso o meno, dalla punta della strada spuntarono le figure del maresciallo e dell’appuntato.

“Fate fare alla giustizia che si risolve tutto”, disse il locandiere. 

Il tavolo rimase in silenzio fino all’arrivo dei militari. Iachìno e Gerlando speravano non ci fossero stati sviluppi che avrebbero potuto mandare in fumo il pranzo. I fatti dimostrarono che c’è sempre giustizia intorno a un tavolo.

“Signori, ci sono mica due piatti anche per noi?”.

“E che è successo, marescià?”, domandò il vecchio.

“È che in caserma è finita la bombola. L’acqua stava quasi per bollire ma il fuoco si è spento sul più bello”.

Il locandiere fece cenno di sedersi, andò in cucina e tornò con piatti e posate. Mentre serviva i militari si rivolse ai giornalisti.

“Vedete come funziona qui da noi? Chi si vuole sedere è benvenuto. Quello che c’è si mangia e si condivide”.

“È una dimensione unica – puntualizzò Gerlando – chissà quante storie sono passate da questi tavoli”.

“Tante, le posso assicurare. Meno quelle del consiglio comunale”.

“Perché?”, chiese Iachìno.

“Perché dal sindaco ai consiglieri, tutti pensano che siccome lavorano per il bene comune possono venire a sedersi qui a discutere mangiando gratis. E questo non mi sta bene. Dovrebbero pagare il doppio. Dovrebbero dare l’esempio di come va onorato il lavoro svolto con, criterio e seguendo le regole. Dico giusto maresciallo?”.

Il militare si limitò ad annuire. Se non altro perché aveva la bocca piena e rischiava di macchiare la camicia celeste di sugo.

Si saziarono facendo il bis di salami stagionati e formaggi salati che si scioglievano in bocca. Tornarono presto a parlare del furto, come se intorno al tavolo ci fosse un’intera sezione investigativa.

“Comunque, a me questa situazione che si è venuta a creare stamattina non convince. Io ho come l’impressione che ci sia un preciso disegno volto a screditare il paese. Noi cuciniamo e mangiamo coi turisti? A qualcuno non piace. O perché non può mettere il pane nell’insalata o  forse perché non vuole capire che senza questo barlume di luce i nostri figli li vedremo tutti fuori confine”.

Era combattiva la signora Ciccina. Di quelle donne rimaste troppo presto vedove e costrette a sobbarcarsi sulle spalle tutto il peso della vita. Si piegano piano piano quelle come lei, senza spezzarsi mai prima del tempo. Il tempo che concede la vita stessa quando è ben vissuta.

Non vi erano dubbi sul fatto che fosse il vecchio a replicare.

“Magari è qualcuno di qua, che pensa di arricchirsi alle nostre spalle”.

“In effetti – lo interruppe il locandiere mirando i carabinieri – non è che ci siano poi tutte queste misure di sicurezza. Né in paese e men che meno al museo”.

I militari mostrarono un pizzico d’irritazione.

“Calma. Calma”. 

Poggiò il palmo della mano sul tovagliolo che aveva di fianco al piatto ormai vuoto. 

“Nessuna buona indagine è mai partita da una supposizione. Semplicemente perché viene inficiata dal pensiero che possa essere la verità. Il pregiudizio è il più grave degli errori che può commettere un investigatore. E oserei dire che è una delle componenti che rovina la società in cui conviviamo. Occorre partire dai fatti, da quelli incontestabili. Come vuole il metodo scientifico, la cui verità deve essere provata e non può essere frutto di un’idea. Questa mattina il nostro custode ha aperto il museo e, come di regola (ma questo lo verificheremo in sua presenza se serve) fa un giro per vedere che non ci siano state manomissioni. Che abbia guardato anche nella teca della coppa è quasi certo perché, nel giorno dell’inaugurazione della mostra con cui veniva presentato il reperto che normalmente sta all’estero, le autorità non hanno raccomandato altro. E io ho sentito personalmente queste parole: prudenza e controllo. A conferma di ciò, ci sta anche la visita del gruppo di turisti guidati da Pierfilippo. I suoi introiti e il suo lustro personale stanno crescendo anche grazie alla storia di questo luogo. Ha fatto di questo modo di viaggiare lento, di far fare esperienze vere ai visitatori, il suo cavallo di battaglia. Se si fosse accorto dell’assenza del reperto avrebbe segnalato immediatamente. Il punto è che, a parte voi – indicò Iachìno e Gerlando sollevando il coltello che sarebbe stato utilizzato a breve per tagliare la frutta – nessuno è entrato al museo. Al di fuori del gruppo di turisti, ovviamente”.

“È stato uno di loro, allora”, esclamò l’appuntato.

“Su questo non c’è dubbio. Il problema non è solo comprendere chi ma soprattutto come. Se capiamo come e dove è stata occultata la coppa, allora il gioco è fatto. Non possiamo pensare che sia colpevole l’intero gruppo. Che abbiano la coppa e se la passino di borsa in borsa per non essere scoperti”.

Sia Gerlando che Iachìno avevano ascoltato l’analisi del militare. Fecero la loro domanda all’unisono, come nel nuoto sincronizzato.

“A che ora ripartono i turisti?”.

Rispose l’appuntato.

“Maresciallo, ho controllato come mi aveva chiesto prima di venire qui a pranzo. Partono stasera”.

Il locandiere si alzò all’improvviso.

“Io ho bisogno di un caffè. Chi gradisce?”.

Alzarono tutti la mano.

“Però bevete e poi ciascuno in ufficio o a casa. Dalla mia tavola voglio che passi la vita vissuta, i racconti. Il futuro fatelo voi, senza di me però, ho già partecipato a troppe avventure. Se riuscite a trovare la coppa me lo venite a raccontare. Che, come si dice, a raccontarlo è fesseria”.

Bevvero il caffè. I primi ad allontanarsi furono i due anziani. Poi fu il turno dei militari e infine di Bavetta e Guarrasi. Avevano un appuntamento anche loro, con Pierfilippo dall’uomo dei fiori. Con i carabinieri rimasero che si sarebbero sentiti se fosse venuto loro in mente qualcosa di rilevante.

Sette

Ascolta “La colazione dell'assassino #7” su Spreaker.

“Che ne pensi, Gerlà, lo trovano stu reperto prima che scoppia il caso nazionale con tutto quello che ne consegue?”.

“Quello che ne consegue, per una volta, mi preoccupa più del furto stesso”.

“In che senso?”.

“La natura dell’uomo, il luogo e il modo in cui tutto si manifesta sono impregnati di elementi che affossano tutti gli attori in gioco”. 

“Non puoi parlare più potabile? Non si capisce niente di quello che dici”.

“Riflessioni, Iachìno, non te ne curare. Penso che dove c’è uno stupido c’è sempre un furbo pronto ad approfittarne”. 

“Certo, il custode secondo me può iniziare a pensare a un altro lavoro. E forse pure il sindaco e quello, Pierfilippo. Si ammazzano la vita per portare i turisti in questo paese e questo è il ringrazio”.

“Non abbiamo certezze che siano stati i turisti a rubarsi la ciotola. Certo, sembra la trama di un film. Banda di criminali si intrufola in un museo durante una vacanza e se ne torna a casa col malloppo. Chi li controlla i visitatori? Portano soldi e vanno lasciati in pace, no?”.

“Sono fiducioso. Una sensazione, nulla di più. Ma mi sa che lo becchiamo questo stronzo. La gente di qui, lo hai visto, è semplice, sa apprezzare il poco che gli arriva. Non ce li vedo a pianificare un furto del genere”.

“Vediamo. Lì c’è Pierfilippo. Sentiamo che ha da dire”.

Aveva la faccia cupa, più di quanto la sua barba non restituisse già un’immagine da burbero.

“Lasciate qui la macchina e salite sulla mia jeep. Da adesso è tutta strada sterrata. È un peccato graffiare questo gioiellino”.

“Lo vedi, Gerlà, sei l’unico che non ama la mia Cinquecento”.

“Sì, infatti ci sta facendo salire sulla sua”.

“Andiamo”.

Il percorso lungo la trazzera di campagna fu così breve che non ci fu il tempo di prendere il discorso del furto. Ma non ci volle molto. Un signore magro, compito e particolarmente educato nei modi invitò Pierfilippo e i giornalisti a sedersi intorno a un tavolo rotondo sotto una pergola.

“Aspettatemi un attimo, arrivo subito”.

Si accomodarono. L’uomo tornò con un vassoio pieno di fette di pane abbrustolito e una caraffa con un infuso. Al secondo viaggio portò bicchieri e un cestino colmo di fiori.

Già, l’intervista. Era quello il motivo per cui erano lì. La satira vivente di un uomo che riesce a prendere per il culo un’intera società andando a braccetto con quello che offre la vita senza dover pagare il biglietto. 

Mentre armeggiava con olio d’oliva e petali colorati si mise a discutere dell’argomento.

“Fiori, pane, olio. Viene tutto dalla terra. Quando li avrete assaggiati sarete contenti di averne scoperto il sapore. Un piatto che potrete assaporare tutte le volte che vorrete, anche andando fuori in balcone tra i vostri vasi. Eppure? Guardate le facce che avete. Pierfilippo lo conosco da quando era ragazzo e in questo momento vorrebbe spaccare tutta la Palermo- Agrigento o perquisire tutti gli aerei in partenza pur di trovare l’autore del furto. E anche voi ospiti, è a l furto che state pensando. Non è così? Vivete in un mondo che non mi appartiene più. Da un lato sono felice che ci sia ancora qualcuno disposto a indignarsi, pronto a combattere. Ma pensateci. Questa rabbia per un pezzo d’oro. Ci fai forse il pane con l’oro? Te lo fa comprare, certo, ma se tutto intorno va in fiamme, puoi solo sperare che non si sciolga. Con l’oro della terra, il grano dico, ci fai il pane e con quello ti sazi nella buona e nella cattiva sorte”.

Mentre parlava condiva le bruschette. Sembravano tavolozze di colori. A Iachìno, quando avvicinò la sua fetta alla bocca, sembrò avessero lo stesso profumo dei tubetti con cui dipingevano certe volte Carmela e i bambini. Il morso fu amaro. Più masticava e più si manifestava questa nota. Se invece accarezzava i petali con la lingua, prevaleva dolcezza. 

“Mi sta bene – sentenziò Pierfilippo – ma me l’hanno fatta sotto ai denti e io con le bellezze della mia terra ci campo e vorrei potesse fare lo stesso anche mio figlio. Non me ne posso fregare. Voi siete stati con i carabinieri, vero? Me lo ha detto anche il locandiere da cui avete pranzato”. 

Iachìno prese la parola.

“Abbiamo fatto solo delle supposizioni e stretto il cerchio intorno a quelli che potrebbero avere commesso il furto. Il punto non è però lavorare sul chi, nello specifico, ma sul come. Ovvero su come sia stata occultata la coppa una volta rubata. Che sia stato semplice è indubbio. Niente allarme, teca non blindata, il solo guardiano in un’altra stanza e via dicendo. Se però scopriamo dove l’hanno messa…”.

Gerlando aggiunse due parole.

“Dobbiamo ricostruire i movimenti dell’intero gruppo. Da stamattina fino a ora. Se non abbiamo capito male abbiamo ancora tempo prima che prendano l’aereo”.

“Stanno facendo strada verso Punta Raisi”, rispose Pierflilippo.

“Ai controlli, un oggetto del genere non passa inosservato. Non è il mio forte – affermò Gerlando con sincerità – ma dobbiamo lavorare di fantasia. In modo da andare quasi a colpo sicuro e magari fare perquisire le valigie in aeroporto”.

Pierfilippo si passò le mani tra i capelli. Prima di parlare grattò con forza la barba cercando una visione. Non arrivò.

“Può essere uno qualsiasi di loro. Io gli racconto la storia del paese, li porto in giro e il museo, dopo piccoli cenni storici, lo visitano da soli. Quando ci siamo visti ero tornato a prenderli per proseguire il tour”.

Si rivolse al pastore, la sua richiesta aveva il suono della speranza.

“Forse tu – disse al filosofo dei fiori – hai notato qualcosa. Sono stati qui a fare colazione”.

L’uomo si versò l’infuso nel bicchiere e fissò a lungo le campagne circostanti. Prati, rocce, erbe spontanee, terra. Guardava tra le colline ma ripercorreva i volti della gente che aveva ospitato quella mattina.

“Ce n’era uno – disse – che teneva lo zaino stretto sul davanti. Non lo ha tolto dalle spalle neanche quando si sono seduti sulle panche per assaggiare le bruschette coi fiori. Ma basta questo per dire che sia il colpevole? Ciascuno ha i suoi modi. Ogni uomo è un mondo a sé. Io li osservo ad uno ad uno quelli che vengono qui. Dal modo in cui addentano i fiori comprendo che anima hanno. Lei Guarrasi, non era tanto convinto che potessero essere buoni, vero? Ha dato un morsetto di cortesia”.

Gerlando arrossì ma confermò senza vergognarsi.

“Lei invece, Bavetta, le mani in pasta le sa mettere bene e si capisce che conosce anche la campagna. L’ho visto da come ha odorato il fiore di borraggine dopo averlo preso tra le dita. Ho notato anche che ha chiuso gli occhi mentre masticava”.

Iachìno alzò il bicchiere di infuso a mo’ di brindisi.

“In ogni gruppo di turisti c’è qualcuno che mi resta in mente. Ma questi non sembravano avere segni particolari. Il loro accompagnatore, ad esempio, è uno che conosco da tempo, non so di quale parte sia, mi chiede di non mettere mai la ricotta fresca nelle mie scodelle. Porta sempre le sue da campeggio e mangia in quelle. Che vuoi farci? Ognuno ha le sue”.

Iachìno e Gerlando sapevano di avere poco tempo. Avrebbero voluto parlare dei fiori, di come l’uomo aveva scelto di vivere così ma erano presi dalla storia del furto.

“Parliamo coi carabinieri, vediamo se vogliono perquisire l’uomo con lo zainetto davanti. Aveva segni particolari? – chiese Gerlando”.

“Avete fretta, vero? Fretta di scoprire chi è stato, fretta di agire per paura di perdere l’occasione, fretta di dimostrare che la giustizia è nelle nostre mani. Ognuno ha fretta di essere. È per questo che faccio questa vita. Perché la natura sa aspettare e ti insegna a farlo. Ti regala quel che serve al momento opportuno. Il nostro compito è assecondarla. Io dico che si vivrebbe tutti un tantino meglio. Andate, adesso, andate pure. E pure tu Pierfilì, che ti fumano le orecchie. Tu la ami questa terra, sii protagonista. Com’è che dici ai turisti? Il tuo motto è una stupenda verità”.

“Che quello che per noi è una minchiata per altri può essere meraviglioso. Ora muoviamoci, però”.

Si strinsero le mani e partirono alla volta del paese. Per arrivare dai carabinieri non ci sarebbe voluto molto. Riferirono ai carabinieri e furono congedati.

“Solo una cosa maresciallo – chiese Gerlando – noi saremo di ritorno a casa. Ci chiama per farci sapere?”.

L’uomo in divisa disse sì e con quelle parole finì anche la gita.

Otto

Ascolta “La colazione dell'assassino #8” su Spreaker.

Nel viaggio di ritorno, Iachìno prese per primo la parola.

“Gerlà lo hai sentito quell’uomo? Ha risposto in due righe a tutte le domande che volevamo fargli”.

“Sei tu che dici sempre che la semplicità è un dono, no?”.

“A me sono piaciute molto le sue parole. E anche i fiori”.

“Infatti tu prima o poi te ne devi stare a contemplare la campagna”.

“Ci vivo già, non ti pare un inizio? E poi anche il motto di Pierfilippo è una bomba. Pensaci, siamo in una terra baciata dal signore e giriamo intorno alle minchiate. Conviviamo con ogni genere di spazzatura, pure umana intendo, e bocciamo ogni buono sforzo sul nascere”.

“Non vediamo le nostre bellezze. È storia vecchia”.

“Non è che non le vediamo. Le  distruggiamo sul nascere, le bellezze e le idee che ci stanno intorno. Arrivano gli stranieri e si innamorano della quotidianità. I panni stesi, il mangiare insieme, il contatto con i vecchi che hanno ancora qualcosa da raccontare, la natura”.

“Vengono, si innamorano e se ne scappano con l’oro nello zainetto”.

“Secondo te la ritrovano la coppa?”.

La risposta era contenuta nella suoneria del telefono di Iachìno che si mise a squillare mentre ormai erano a pochi chilometri da casa.

“Rispondi tu, Gerlà che io sto guidando”.

“È Pierfilippo”.

“Dai, avranno novità”.

Gerlando lo lasciò parlare fin quando non ebbe finito. Iachìno sentiva il vocione attraverso il microfono ma non riusciva a comprendere le parole. Quando Gerlando salutò, suo compare capì l’antifona.

“Niente coppa d’oro. Né sull’uomo con lo zainetto, né sugli altri. Pare sia stato perquisito l’intero gruppo. La notizia è rimbalzata ai piani alti e ora vogliono conto e ragione di questo furto. Mi ha detto che ripasseranno ai raggi x anche i bagagli pronti per la stiva, ma già pare che hanno visto, non c’è nulla”.

“Vuoi dire che si può perdere in questo modo un oggetto così prezioso?”. 

“È piccolo Iachìno, può essere stato infilato ovunque”.

“Lo vedi perché poi ci autodistruggiamo? Per questi fatti. Ma chi cazzo glielo porta a stu bastardo a fottersi una cosa che porta bene a tutti?”.

“Per come si stanno mettendo le cose, mi sa che scatta un’inchiesta bella grossa, sarà passato al setaccio l’intero paese. A cominciare da Pierfilippo, continuando con il filosofo e finendo col custode del museo”. 

Stavano arrivando a casa Guarrasi. Iachìno era stanco. L’unica occasione di fare giustizia era sfumato. Si era convinto che sarebbe stata una delle tante cause perse.

“Amunì, Iachìno io ora ti saluto che di lavoro ce n’è tanto e domani mattina mi devo alzare presto”.

“Mi sono sempre chiesto che ti svegli a fare all’alba, almeno io metto l’acqua all’orto. Ma tu?”.

“Prima o poi mi metto a correre. E poi mi piace l’alba. Il mattino ha l’oro in bocca”.

Si salutarono. Nel tragitto verso casa, Iachìno non faceva che pensare e ripensare all’ultima frase di Gerlando. E non capiva perché. Forse la parola oro, considerato che avevano cercato di recuperare la  coppa. Non sapeva. Si sforzava ma non arrivava nulla. Fino a quando non fu vicino a un incrocio al cui angolo c’era una famosa rivendita di musso e carcagnolo, la parte del muso del maiale da mangiare fredda a fettine sottili, con pepe e limone. Pensò di portarne un po’ a Carmela e ai bambini. Con un sorso di birra era la morte sua. Si avvicinò al banco e un signore in grembiule bianco con un coltellaccio in mano chiese quanto tagliarne. 

“Quattro piattini”, ordinò Iachìno.

Quando furono pronti, Iachìno specificò che erano da portare via. L’uomo si limitò a mettere una carta anti olio in cima e a fare una piccola torre con i piatti impilati uno sull’altro. Fu la composizione a torre a dare una forma alla frase che riguardava l’oro in bocca al mattino. Pagò e scappò in macchina col telefono che intanto chiamava all’indirizzo di Pierfilippo.

“So dove potrebbe essere la ciotola d’oro. Fammi chiamare dal maresciallo, non ho il suo numero. È urgentissimo”.

“È qui con me, stavamo commentando questa disfatta. Ci abbiamo provato”. 

“Ci riusciamo, passamelo, veloce”.

“Dottore Bavetta?”.

“Maresciallo, lei ha i mezzi per fare in fretta. Chiami in aeroporto e dica di bloccare l’accompagnatore. L’italiano intendo. Dovrebbe essere ancora nei dintorni visto che i tempi si sono allungati per i controlli eccezionali. Se non c’è, vedete verso dove si muove, un posto di blocco, non so. Vedete voi. Ha la ciotola, ne sono quasi certo”.

“Quasi?”.

“Neanche coi turisti avevamo certezza. Corra”.

La chiamata si interruppe. Il telefono di Iachìno aveva la batteria scarica.

Corse a casa mandando fuori giri la Cinquecento. Entrò in fretta esclamando “sorpresa” e mettendo i piattini sul tavolo. Carmela e i bambini avevano sentito il profumo e il bassotto Arturo si era messo ad abbaiare perché anche lui aveva capito l’antifona e voleva partecipare.

“Datemi un secondo, preparate la tavola, vi racconto tutto dopo. E mettete una birra in ghiaccio”.

Rimise il telefono in funzione e trovò decine di messaggi di chiamate. Sperava non fosse troppo tardi. Provò a richiamare ma non rispose nessuno. Provò e riprovò ancora ma nulla. Chiamò Gerlando e gli raccontò cosa era successo negli ultimi minuti e dell’intuizione che aveva avuto. Mentre stava arrivando al dunque si sovrappose una chiamata. Sullo schermo spuntava un numero che conosceva: la sala operativa dei carabinieri.

“Scusa Gerlà ti richiamo, sono i carabinieri”. 

Chiuse e rispose all’altra chiamata.

“Pronto?”.

“Dottore Bavetta?”.

“Sono io”.

“Qui la sala operativa carabinieri, la metto in collegamento col nostro comandante provinciale”.

“Minchia, il comandante”, pensò.

“Dottore, sono Luzi Claudio, il comandante provinciale, se non sbaglio ci siamo incrociati a qualche conferenza stampa. Seguo il suo giornale di satira. Sono stato informato dal maresciallo di Sant’Angelo della vostra giornata. Mi ha personalmente pregato di intercettare un accompagnatore turistico per il furto di cui lei sa. Non mi ha saputo dire come intervenire e dove provare a rintracciare il reperto. Ho una pattuglia dietro pronta a fermarlo, ma servono alcuni dettagli e pare non li abbia forniti”.

“No, è che mi si è scaricato il telefono”.

Iachìno spiegò con precisione il suo ragionamento e il comandante si limitò a dire che sarebbe stato contattato in caso di necessità.

Nove

Ascolta “La colazione dell'assassino #9” su Spreaker.

Fu una cena strana. Carmela si accorse subito che Iachìno era con la testa era da un’altra parte. Non rispose neanche ai bambini quando gli chiesero cosa avesse fatto in quel paese in cui si mangiano i fiori. Gliene aveva parlato prima di partire.

“Scusatemi. Se per voi va bene vi racconto tutto domani. Per farla breve hanno rubato un importante reperto archeologico dal museo civico, una coppa d’oro. Ora aspetto di capire se una mia intuizione può fare trovare sia la coppa che il colpevole”.

“Papà ma perché non facevi il poliziotto?”.

“Mi avevano detto che fare il giornalista era il miglior modo per non lavorare. E invece, guardate qui come sono ridotto”.

Carmela gli regalò un sorriso che stava a metà tra il rimprovero e la dichiarazione d’amore. Non ci fu il tempo di andare oltre. Il telefono squillò. Era nuovamente la sala operativa. Si allontanò da tavola e rispose.

“Dottore Bavetta?”.

“Sì?”. 

“Qui la sala operativa carabinieri”.

“Sì, ci siamo sentiti poc’anzi. Mi passate il comandante provinciale?”.

“No ma le riferiamo un suo messaggio. Si farà risentire appena possibile. Ha detto di confermare il ritrovamento del reperto”.

Chiuse il telefono e gridò “urrà” così forte che Arturo si mise a correre e ad abbaiare a più non posso. Tornò a tavola e sua moglie chiese se fosse andata bene. Rispose di sì, finalmente addentò con gusto e si mise a raccontare.

Dieci

Ascolta “La colazione dell'assassino #9” su Spreaker.

Parlava ancora quando il telefono tornò a suonare. Era Gerlando.

“Pronto?”.

“Iachìno ti rendi conto che mi hai lasciato in tredici senza farmi sapere dove pensi che sia stata nascosta la ciotola e senza che mi hai detto che volevano i carabinieri?”.

“Scusa Gerlà, ragione hai ma fra una cosa e l’altra ho perso il filo”.

“Dai racconta”.

“Udite udite, rullo di tamburi. Mi hanno appena richiamato i carabinieri. La coppa è stata ritrovata e del colpevole leggeremo domani sui giornali. Te lo avevo detto che poteva essere stato l’accompagnatore del gruppo. Pareva un angioletto con quei capelli biondi, l’hai visto quando l’abbiamo incrociato entrando al museo. Mai fidarsi delle apparenze”.

“Sì, Iachìno, che poteva essere lui ci eri arrivato a dirmelo ma come hai fatto?”.

“Te lo dico anche se non te lo meriti. Un poco anche grazie a te”.

“Addirittura”.

“Ti ricordi che mi hai detto che il mattino ha l’oro in bocca quando ci siamo salutati?”.

“Sì”.

“Ecco, rientrando avevo mille pensieri in testa. Poi mi sono fermato a comprare musso e carcagnolo da Acquolina in bocca e mi è venuta in mente la colazione raccontata dal filosofo di sant’Angelo. Ha detto che il tipo, il biondino, si portava sempre le sue scodelle da campeggio. Quando il tipo che mi ha incartato il maiale ha messo i piatti uno sull’altro mi è venuta la pensata. Ovvero che la coppa poteva benissimo stare in mezzo a due scodelle da campeggio. Sono fatte apposta per entrare una dentro l’altra. E visto che i passeggeri erano stati esclusi, a parte la gente del paese restava solo lui. E lo abbiamo fottuto”.

“Grazie per il plurale”.

“Siamo o non siamo una coppia? Soci di Ulapino, il giornale di satira più bello che ci sia”.

“Piuttosto, dobbiamo chiudere il numero e servono articoli”.

“Domani ci pensiamo, intanto mi godo la soddisfazione di averla fatta pagare a questo assassino”.

“Ma non è un assassino. Semmai un ladro”.

Iachìno si fece serio.

“Gerlà, non è forse un assassino chi si appropria delle cose di tutti per suo interesse personale, chi ruba raggirando, chi fa morire ogni giorno la speranza che insieme si possa godere della bellezza, della storia, di qualcosa che dopo essere appartenuta a un re diventa redistribuita? Non è forse un assassino chi antepone la propria soddisfazione e il desiderio di fare soldi a scapito degli altri? La bellezza è di tutti, Gerlà, e dovrebbe essere a costo zero”.

“Mi hai convinto Iachìno”.

“Grazie Gerlà, allora a domani”.

“A domani Iachì”.

Chiuse il telefono e andò a baciare Carmela, prendendola da dietro e affondando le mani fra i suoi ricci capelli rossi.

Tutte le avventure di Iachìnop Bavetta sono A QUESTO LINK.

Dario La Rosa – © 2025 – tutti i diritti riservati

I fatti narrati in questo libro e le persone citate sono frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose o persone è da considerarsi del tutto casuale.

Illumina l’ombra e sfida il tempo, ecco la scrittura di Dario La Rosa

Illumina l’ombra e sfida il tempo, ecco la scrittura di Dario La Rosa è il titolo di un’intervista pubblicata sul quotidiano La Sicilia, in cui si parla di libri e scrittura. Qui è riproposta integralmente

L'immagine propone la pagina con l'intervista allo scrittore dario la rosa sul quotidiano La Sicilia

Giornalista e scrittore, Dario La Rosa, con i suoi libri, tra cui la serie dedicata a lachino Bavetta, racconta con delicatezza la complessità della vita quotidiana, cercando e indagando la luce dentro le ombre. Lo incontriamo per parlare del suo rapporto con la scrit-tura, del nuovo romanzo “Come neve d’inverno” e del modo in cui guarda al futuro delle parole.

Dario, nel tuo percorso la scrittura è sempre stata più di un lavoro: una ricerca continua, un modo per capire il mondo e le persone. – Cosa è oggi, per te, la bellezza dello scrivere?

«È il profumo del caffè nell’attesa che esca dalla caffettiera, l’ultimo sorso del vino che hai amato, è la scoperta di sé stessi e del mondo che ci circon-da. E il momento in cui puoi tuffarti e vivere una vita ogni volta diversa».

Il tuo lachino Bavetta è un personaggio che nasce oggi continua ad accompagnarti da libro a libro. Cosa pensi lo renda vicino ai lettori?

«La sua umanità credo sia centrale, il suo modo di vedere le cose e di interagire con la gente. Mi sorprende la capacità di addentrarsi con umiltà, quella voglia irrefrenabile che porta alla verità, la curiosità di scoprire come si muovono gli ingranaggi della vita. Mi sorprende il suo sapermi dire tutte le volte qualcosa di nuovo che neanche io so prima di averlo scritto».

E adesso c’è il tuo nuovo romanzo, “Come neve d’inverno”.

«Questa storia è nata in uno di quei periodi in cui la morte ti tocca molto da vicino ma non arriva per forza a compimento. Quei momenti di profonda tristezza che possono però sfociare in una speranza. È un tema con cui tutti noi facciamo i conti. Ma in fondo, come diceva Epicuro, non bisogna avere paura: quando ci siamo noi, la morte non c’è per davvero».

A proposito di dediche, hai creato nel tempo una piccola consuetudine: invia-re, attraverso i social o via e-mail, un pensiero personale a chi ti legge da lontano, ogni volta che qualcuno si avvicina a una tua storia.

«Scrivere e inviare dediche è bellissimo, è il vero legame inscindibile fra l’autore e il lettore. Ascolto i pensieri e le critiche e poi scrivo qualcosa di personale che, a mio avviso, rinsalda la vicinanza con quello che si è finito di leggere. Non faccio mai dediche prima che il libro venga letto».

Oggi la scrittura sta vivendo una trasformazione profonda con l’uso dell’intelligenza artificiale. Da giornalista e autore, come guardi a questo cambiamento?

«Tutti i cambiamenti spaventano. Mi piace pensare che chi rimarrà fedele alla scrittura nata col cuore sarà come quei vecchi artigiani di altissima classe che saranno davvero amati da chi ne comprende il valore».

Scrivere è anche un modo per lasciare una traccia o un ricordo. Se dovessi pensare al tempo che verrà, a chi troverà un giorno i tuoi libri su uno scaffale, cosa ti piacerebbe che restasse di te, e della bellezza delle storie che hai scritto?

«Ho imparato ad amare la scrittura ascoltando le storie che mi venivano raccontate da bambino. Il sogno più bello è che le mie parole possano essere lette e raccontate anche a distanza di tempo. Tutto ha una fine, l’arte è l’unica cosa che non muore mai».

Scritto da Lisa Salfilippo e pubblicato su La Sicilia del 27 novembre 2025

Non è mai troppo tardi per una lettera d’amore

L'immagine stilizzata mostra la copertina di non è mai troppo tardi per una lettera d'amore di dario la rosa e fa vedere un antico monastero giapponese con un albero fiorito davanti

Ninetta lo ripeté in mente quando, a fine serata, invece di andare a letto, si era fermata sul suo scrittoio.

La sedia era messa di sbieco e non ci fu bisogno di spostarla. Una volta seduta, aveva appoggiato al suo fianco la stampella con cui si aiutava a camminare e aveva aperto uno dei tanti cassetti del mobile antico. 

Tirò fuori un foglio e da un altro cassetto prese un paio di penne. Provò per prima la vecchia stilografica che usava suo marito. Non scriveva più da tempo e il tratto si era trasformato in un grumo pastoso. Ne provò un’altra ma, nonostante il tentativo di riscaldarla con l’alito, riuscì a segnare solo un impercettibile incavo trasparente lungo tutto il foglio.

Le sue penne preferite non scrivevano più. Non se ne dispiacque, aveva avuto la capacità di non affezionarsi troppo agli oggetti, semmai, ne amava ricordare il perché le piacevano. Aveva ancora a mente la forma della stilografica con cui, anni prima, aveva firmato il suo contratto di lavoro. Era stato il dono del padre, felice per il successo ottenuto. La penna, però, durante una veloce scritta per un appunto in strada, le cadde per colpa della spinta involontaria di un passante. Finì tra le insenature di un tombino e si perse per sempre. Eppure la ricordava, così come ricordava la gioia negli occhi del padre mentre le veniva consegnata. Quelle immagini erano lì con lei, non servivano gli oggetti per essere presenti.

Prima di cena aveva passato mezz’ora in compagnia della Settimana enigmistica e aveva posato una comune biro nella tasca della vestaglia a fiori che usava quando era in casa. L’incavo era all’altezza della pancia, le bastò infilare la mano per trovarla.

La provò, nonostante fosse certa funzionasse. Osservò il tratto. Era blu, niente di più. Ne avrebbe preferita un’altra, se non altro per le cose che aveva da dire, ma si disse che quello che conta sono le parole che vengono usate, non l’eleganza con cui vengono scritte. Il foglio invece volle cambiarlo, quello doveva essere vergine. Riaprì il cassetto da dove aveva preso il primo, ne tirò fuori un altro e scrisse.

Mise la data, in alto a destra, poi si fermò a guardare il foglio bianco.

Aveva pensato a una frase con cui iniziare, mentre si accorgeva che la penna di suo marito era senza inchiostro. L’aveva scordata ma ne ricordava il concetto. Provò a dirlo in un altro modo ma non le piacque. Prese il foglio e lo accartocciò delicatamente, come a chiedere scusa per una colpa inesistente.

Le mani che avvolgevano la carta mostravano per intero la loro età. Erano sottili, con poca pelle intorno alle ossa, rese spigolose dai dolori articolari. Eppure restavano mani curate.

Tenne fermo con la sinistra un nuovo nuovo foglio tirato fuori dallo stesso cassetto e, con la destra, iniziò ripetendo nel silenzio della stanza le parole che aveva solo pensato qualche minuto prima.

Scrisse e non si fermò più, finché non ci fu più spazio, se non per due ultime parole, “tua Ninetta”.

Lasciò la lettera sullo scrittoio, senza rileggerla né guardarla. Si limitò a poggiarci la penna sopra. Poi, con i tempi di una donna ormai vecchia, raggiunse la stanza da letto e si andò a coricare.

Gli eventi erano stati una valanga che nemmeno un’altra montagna avrebbe potuto contenere, ma Ninetta aveva lo stesso potere dei giovani fuscelli. Sapeva piegarsi per lasciarsi travolgere senza spezzarsi.

Non sapevano neanche come dirglielo, per via dell’età e per la preoccupazione di cosa sarebbe potuto succedere dopo.

Alla fine era successo come succede sempre, con una telefonata in lacrime.

“Abbiamo perso Matteo, mamma. Si è sentito male all’improvviso, come è successo a papà. Hanno provato, hanno provato ma non è servito”.

A parlarle era stata Liliana, la sua secondogenita. Carlotta non poteva, non ce l’avrebbe fatta. Era un fiume di lacrime per suo marito e per il piccolo Matteo, che era a scuola ma di lì a poco avrebbe scoperto che oltre alla vita esiste anche la morte. Che arriva per tutti, senza preavviso e può toccare anche chi vuoi bene, chi ti sta vicino ogni sera. A volte si impara troppo presto e non c’è nulla da fare.

“Mi vesto, venitemi a prendere”.

Ninetta, che conosceva la morte da vicino, ebbe un fremito, dovuto a un pensiero che non riuscì ad afferrare.

Aveva perso il suo amore più grande. Guido, suo marito, se n’era andato cinque o sei anni prima. Doveva ogni volta fare i conti, perché era una data che scordava con facilità, o forse che non voleva ricordare. Gli era toccata la stessa sorte che adesso aveva portato via il marito di sua figlia. Che beffarda sa essere la vita. 

Mentre si preparava pensò ai genitori, quello sì, ne era certa, erano andati via da tempo. Eppure il ricordo andò a loro. No, però, non era questo che le aveva fatto balenare quello strano pensiero. Non era il momento giusto per metterlo a fuoco. Aprì l’armadio e con un paio di gesti di chi sa cosa cercare, spostò alcuni abiti sino a raggiungere quel vestito che sperava di non dovere indossare più: un pantalone e una camicia di colore nero.

Se l’era chiesto tante volte che vestito avrebbe dovuto preparare per la sua dipartita e tutte le volte aveva escluso con fermezza quel nero che le ricordava il buio. Lo aveva indossato solo una volta, la volta in cui se n’era andato suo marito. Era stato un dolore troppo grande per potere trovare conforto in una qualsiasi stoffa che indossasse l’allegria. Non ci credeva neppure lei, ma su alcune faccende non hai alcun controllo finché non accadono. Aveva perso amiche e conoscenti e tutte le volte aveva scelto di portare i fiori addosso. Pantalone nero, camicia a fiori. E a chi le faceva notare la discordanza, rispondeva con quello che pensava.

“Trovo nella morte anche un momento di gioia, quella di avere condiviso anche pochi felici attimi insieme. Le sue camicie erano il modo di ringraziare con reverenza chi le aveva permesso di stare bene. Con suo marito non c’era riuscita e adesso era la seconda volta.

Passò a prenderla il compagno di Liliana. L’aspettò davanti al portone. Ci volle un po’, prima che scendesse. L’età le aveva rallentato i movimenti che un tempo riusciva a compiere in fretta, le aveva strappato la voglia di correre anche quando fosse stato necessario. Aveva affrontato questo passaggio all’età adulta con garbo, come si fa quando la brezza di mare ti muove i capelli. Accetti il soffio o te ne vai. E a lei la vecchiaia aveva fatto piacere, aveva iniziato ad amare l’allungarsi del tempo, il potersi ricordare di tutte le azioni compiute durante il giorno. Almeno fino alla morte di suo marito. Poi qualcosa aveva detto basta.

In quella stanza opaca, in cui la disperazione era ovattata dalla compostezza, Ninetta aveva solo un pensiero. Ed era quello rivolto a suo nipote. 

Giocava nella sua stanza, perso in quell’attimo che puoi cogliere solo a distanza. Di giorni, di mesi, forse di anni. Consapevole solo di una perdita che non sai pesare, ma che prima o poi sei certo si paleserà con tutta la sua pesantezza.

Aveva abbracciato la figlia, Ninetta. Le aveva detto solo: “Poi passa”. Ma lo sapeva anche lei che non passa mai e che avrai sempre più voglia di colmare quella distanza. Era il modo con cui una madre rassicura una figlia. Nulla può minare le fondamenta. Un terremoto le scuote ma poi assesta le travi, anche in un’altra forma. L’importante è che stiano in equilibrio.

A consolare la figlia c’erano gli amici di sempre. Molto più calorosi e vicini di quanto potesse fare lei in quel momento.

Si concentrò su Giovannino, l’unico ad essere rimasto solo. Chi c’era domandava di lui, si interrogava di come avrebbe fatto senza un padre. Ma al contempo nessuno si curava di raggiungerlo, di dargli un abbraccio o una carezza. Doveva essere la prova di come sa essere codarda la paura, che ti fa sviare. Una fuga che lascia il vuoto.

Ninetta lo trovò nella stanza. Giocava con la creta. La appallottolava e la pressava, la appallottolava e la pressava.

Era immerso in un mondo in cui era difficile entrare, se non altro per la differenza d’età. Ninetta ci pensò ma non le tornò in mente nessun lutto che, da bambina, poteva averla fatta sentire come stava adesso Giovannino.

Prese una sediolina dal tavolinetto dei giochi e gli si mise accanto.

“Posso averne un po’ anch’io?”.

Giovannino la guardò e sorrise. Era molto affezionato a sua nonna. Compose una pallina con le mani, aggiunse dell’altra creta vergine e gliela porse dicendo che avrebbe dovuto schiacciarla per bene, perché doveva fare le pizze. Così si misero a cucinare insieme.

Nemmeno le lancette sapevano più quanti giri avevano fatto intorno al quadro dell’orologio. Non c’era più nessuno in casa quando la mamma andò in stanza per vedere come stesse suo figlio, come se fino a quel momento se ne fosse dimenticata.

Aveva avuto altri pensieri. Aveva dovuto sorreggere il peso di abbracci pesanti. Di mani che provano a essere consolatorie ma che in circostanze come quella aggiungono solo la consapevolezza del dramma in presa diretta.

“Siete qui?”.

Alla domanda della madre, Giovannino rispose che, con la nonna, le avevano preparato una pizza e che poteva sedersi, se voleva. Allora lei asciugò le lacrime che da ore le colavano giù lungo il viso e si mise accanto al figlio e alla madre.

“Nonna se il forno è caldo le possiamo infornare”.

Dalla porta Liliana osservava sua sorella, suo nipote e la madre. Sembravano un presepe.

“Posso averne una anche io?”.

Fu Ninetta a rispondere.

“Ce ne sono per tutti, vero Giovannino? Nella nostra famiglia c’è spazio per tutti”.

“Vieni zia, siediti lì accanto a mamma, le pizze sono quasi pronte”.

Mangiarono digiunando. Il dolore lasciava spazio solo per un pasto immaginato felice, intorno a un tavolo, fra brindisi e sorrisi.

Mentre mordevano per finta, Ninetta si chiese cosa stesse immaginando Giovannino; se vedeva al suo fianco il padre che non c’era più o se invece si vedeva lontano, a giocare su un prato assolato.

Lei aveva immaginato di stare a tavola con suo marito e mentre lo pensava, di nuovo, le balenò quello strano pensiero che non era ancora riuscita a tenere tra le mani.

La stanchezza finì per avvolgerli in un sonno riparatore che per qualche ora pose fine al dolore.

Ninetta quella notte dormì appena. Le balenava un’immagine che le strappava via la serenità che era riuscita a conquistare.

Da tempo aveva scelto di chiudere con questo mondo e di provare a raggiungere la persona che aveva sempre amato. Aveva sopportato a lungo la sua assenza ma ormai le figlie erano grandi e credeva fosse giunto il momento di poter dire basta.

Lentamente, il tempo e la vecchiaia l’avrebbero fatta arrivare al capolinea. Era serena, voleva concludere questo percorso. O, perlomeno, si sentiva pronta ad affrontarne l’ultimo tratto.

Quel lutto improvviso, però, aveva mandato in tilt un ingranaggio già in movimento.

Forse non era stata la morte a crearlo, era stato, di questo era certa, lo sguardo di suo nipote. Per tutta la notte si chiese come potesse superare quel momento. La madre, sua figlia, avrebbe dovuto farcela da sola. E lo sapeva, non sarebbe stato facile.

Quando era morto il suo, di marito, aveva rimboccato le maniche e fatto fronte al doppio delle fatiche. Suoceri e genitori non c’erano già più e quando quell’abbraccio effimero di amici e parenti era andato via, si era guardata allo specchio e si era guardata rimboccarsi le maniche. Arrotolava la camicia e si guardava gli avambracci. Erano ancora forti e si era detta che avrebbero potuto sostenere quel peso.

Questa volta era diverso. Guardandosi allo specchio vide i palmi delle mani piene di rughe. Si disse lo stesso che quel bambino aveva bisogno delle sue carezze, di quelle che sua figlia credeva non avesse potuto dare.

Quando era successo a lei, le ragazze erano molto più grandi. Avevano pianto insieme e insieme avevano affrontato i giorni più bui. Parlandone e rincuorandosi.

Si guardò ancora i palmi, prima di bagnarli e passarli sul viso assonnato.

La verità però era un’altra e adesso riaffiorava deciso il pensiero sino a quel momento rimasto offuscato. Quella morte e soprattutto l’affetto che nutriva verso suo nipote, le aveva mandato a monte i piani.

Nulla di complicato, si era detta che ormai il suo compito era stato portato a compimento. Era felice e le cose di cui poteva ancora rimproverarsi erano diventate improvvisamente di poco conto. Quando hai la visione completa della vita, scompaiono le piccolezze, anche quando ci hanno strappato il fegato a morsi.

Nietta aveva sentito dentro di sé una spinta verso l’ignoto. Aveva sentito il suo corpo rilassarsi come mai era avvenuto. Una leggerezza inconsapevole, qualcosa che la mente non poteva controllare. Sapeva di essersi avvicinata per la prima volta alla morte e alla chiamata aveva risposto con un sorriso. Si sentiva pronta. In cuor suo aveva voglia di ritrovare suo marito.

Non avrebbe fatto nulla per accelerare l’effetto di quella chiamata, avrebbe solo atteso, lasciandosi andare piano piano. Ma il nuovo lutto aveva mandato tutto all’aria. Soprattutto lo sguardo smarrito di suo nipote. Non poteva lasciargli un altro vuoto adesso. Per forza di cose avrebbe dovuto rimandare l’appuntamento con la morte e l’incontro con Guido. È per questo motivo che decise di scrivere la lettera.

Lo scrittoio era vuoto, ma il foglio e le parole impresse erano leggibili. Non avrebbe potuto consegnare il foglio in busta. Così lo lasciò lì, in modo che dall’alto del cielo, suo marito ne avrebbe potuto sbirciare il contenuto.

Lei sì, ci credeva, che sarebbe potuto accadere.

C’era scritto così:

Non è mai troppo tardi per una lettera d’amore.

E io sono ancora qui, ad aspettare il momento di ritrovarti.

Se il tempo e le circostanze ci frenano, sarà perché il nostro incontro dovrà essere divino.

Ero pronta a partire ma devo rinunciare e sono certa che, come hai fatto sino ad ora, mi saprai aspettare.

Pochi attimi ci separano ma lo sguardo fragile di un bambino, mi dice di tenere gli occhi aperti.

Gli abbracci sono destinati agli angeli e so che quando finirò di stringere il nostro nipotino, ti arriveranno il calore e l’affetto di cui siamo stati capaci. Insieme, anche lontani.

A presto,

Tua Ninetta.

Dario La Rosa – © 2025 – tutti i diritti riservati

I fatti narrati in questo libro e le persone citate sono frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose o persone è da considerarsi del tutto casuale.

In copertina stilizzazione di una fotografia scattata dall’autore durante un viaggio in Giappone

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