Dario La Rosa

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La biblioteca dei fiori di pesco

Il nonno mi aveva preso per mano e mi aveva detto: andiamo, Ru.

Mi chiamava così, anche se il mio nome era Gilda. Mio nonno diceva che quando mi guardava pensava alla rugiada, la cui goccia è capace di posarsi su un fiore e punteggiarlo di luce.

Era per questo che mi chiamava Ru. Mi piaceva. Mi piace la vibrazione della lingua sul palato che serve a pronunciare le erre. Mi ci ero abituata, quando mi chiamava il mio nome era quello.

Non ricordo se dovevo fare undici o dodici anni. Quando il tempo passa, di alcune cose ricordi solo l’essenza. Quel giorno era dolce, sapeva di festa. Era il giorno del mio compleanno.

Il nonno bussò con tre piccoli fischi di fila. Il suono del citofono somigliava a quello che fanno venire fuori certi strumenti che si fanno con l’erba di campagna.

Mi ci portava spesso. Mi diceva Ru, vieni qui, mettiti accanto a me. Si piegava sulle ginocchia e io ero tanto piccola che, a malapena, gli superavo la testa. Raccoglieva uno stelo verde, lo tagliava con un coltello, lo incideva in un punto e poi lo metteva in bocca. Soffiava e veniva fuori questo suono.

Voglio provarci anch’io, gli dicevo. Allora lui prendeva un altro stelo e ripeteva le stesse operazioni, come se ne conoscesse i gesti a memoria. Soffiavo ma il suono non veniva mai fuori.

Non devi pressare troppo, devi lasciare che l’aria possa passare. Un giorno capirai, occorre che ciascuno di noi mantenga un respiro, anche quando si unisce a qualcosa d’altro. È il respiro della vita.

Non capivo ma adesso sì, so cos’è il soffio dell’altro.

Lo aspettavo. La mamma mi aveva detto che sarebbe passato a prendermi perché voleva farmi un regalo. Lo raggiunsi. Fu lì che mi prese per mano e mi disse, andiamo Ru.

Mi chiese se avessi voglia di camminare, perché ormai pesavo troppo per potere essere presa in braccio. Mi faceva piacere, vicino a casa mia era pieno di negozi, immaginavo mi avrebbe chiesto di scegliere in quale entrare per comprare qualcosa. Non successe, mi disse solo che saremmo andati sino alla casa in cui era vissuto da ragazzo; lì avrei trovato il mio regalo.

Mi tenne stretta la mano e mi guardò. Andiamo, e si mise a raccontare una storia.

Mi disse che era la storia del tempo che passa. La storia di una volpe che non sapeva quanti anni avesse ed era una grande fortuna, perché avrebbe potuto vivere senza chiedersi se fosse troppo piccola per certe cose o troppo grande per altre. La volpe, raccontò, vive solo i giorni del suo presente. Si sveglia con il sorgere del sole, cerca il cibo, si lascia scaldare dalla luce e trascorre il pomeriggio con qualche amico prima di tornare dalla sua famiglia. Sarà un albero che cambia con l’avvicendarsi delle stagioni a insegnarle che il tempo non si vede: si riconosce.

Camminammo a lungo. Non mi lasciò mai la mano. Anzi, sentivo che la stringeva di più a volte, non saprei dire intorno a quali parole. Lo sentivo e basta. La più bella fra le cose, sentire le persone attraverso le loro mani. I tenersi stretti non sono mai gli stessi. Le mani sanno essere più sincere degli occhi, a volte.

Mi portò dove non ero mai stata. C’era una casa a un piano con un giardino. Mi incuriosì la figura di un gatto che si affacciò dalle tegole. Lo chiamai ma non venne giù. Il nonno prese una chiave e aprì la porta. Mi chiese di seguirlo. Era una casa vecchia, il pavimento sembrava un quadro. Le mattonelle erano tutte colorate. Piano piano il nonno aprì tutte le finestre. C’era una bella aria e si sentiva qualche uccellino cantare. Il nonno mi portò dall’altro lato della casa. Aprì una porta e mi stupì che, oltre, ci fosse un giardino. In un angolo c’era un gruppo di calle fiorite, attaccata al muro una pianta di rose selvatiche. Nel vederle sorrisi.

In mezzo al giardino c’era un’aiuola vuota. Il nonno prese una zappa e ci scavò un fosso, poi prese l’alberello che c’era lì accanto e lo piantò. Mi disse Ru, questo è il tuo regalo di compleanno.

L’alberello? Ricordo che lo chiesi stupita e insieme contenta. Era bella quell’aria e poi l’albero aveva piccoli fiori rosa. Fiori di pesco.

Sì, l’alberello. Guardò il cielo nel punto in cui i raggi di sole sembravano volere entrare in casa: un giorno tutto questo sarà tuo.

Allargò le braccia, fece un giro su se stesso e mi sorrise continuando a girare. 

Ora che sono grande ci penso spesso a quel giorno. A quel compleanno così strano e a quel regalo così bello.

Sapete, si va troppo in fretta per accorgersi di certe cose. Sono cresciuta, sono andata via e sono tornata sempre meno. Perlopiù erano i miei genitori a venire a trovarmi. Per anni non mi sono più chiesta dell’albero che mi aveva regalato il nonno. Quando ci vedevamo per le feste di Natale o d’estate, quando tornavo a casa per stare qualche giorno al mare, non ne parlavamo mai. Era come se quell’albero fosse un capitolo chiuso.

Alcuni libri, però, quelli che hanno lasciato una scia di emozioni nel petto, a volte si riaprono per ripassare l’effetto. Oppure per riviverlo diverso e poterlo raccontare.

Il mio libro dell’albero di pesco si riaprì quando i miei genitori mi comunicarono che il nonno non c’era più. Quando lo seppi, rividi l’immagine del gatto sul tetto e del sole che illuminava i fiori di pesco. Immaginai che il nonno fosse volato via, nell’aria, come quel pulviscolo che si vedeva solo perché lo illuminava il sole.

Tornai a casa e l’aria sembrava bambagia. Riusciva a creare silenzio tutt’intorno. È così la morte quando arriva serena. 

Ricordo che mi si avvicinò la nonna, era anziana anche lei. Prima di abbracciarmi mi prese le braccia, mi guardò e tirò fuori una chiave che doveva tenere nascosta in tasca: questa era la chiave del nonno, adesso è tua, tu sai dove andare.

Sapevo dove andare ma non lo ricordavo più. Anche questa è colpa del tempo. Si porta via ciò che non tieni stretto.

Ci andai. L’indomani, dopo aver messo un fiore nella tomba in cui il nonno avrebbe riposato per sempre. Camminai a lungo. Avevo voglia di ricordarmi il giorno in cui mi aveva preso per mano e portato lì a piantare l’albero. 

Arrivai. Da fuori era tutto più o meno uguale, una casa antica con un giardino che resisteva alla pressione dei palazzi che gli crescevano intorno.

Quando aprii, mi trovai davanti a una casa che non riconoscevo più. La casa era stata trasformata in biblioteca. C’erano libri dappertutto e tutti sistemati con un gusto semplice. Poltrone vissute, piccoli tavoli, angoli in cui fermarsi a leggere.

C’era una piccola cucina, dove il nonno doveva aver lasciato pronta la caffettiera per il suo ultimo caffè.

Quando ho aperto la porta che dava sul giardino ho sentito il cuore in gola. Eppure tornò al suo posto, quando vidi che l’albero era ancora lì, ancorato al terreno. Più grande e pieno di fiori rosa.

Sul tavolo del salone, insieme a libri e carte geografiche antiche, ho trovato una busta con scritto: per Ru. 

Prima di aprirla mi sono seduta e ho guardato tutti quei libri intorno. Ho tirato fuori il foglio e ho letto ad alta voce.

Cara Ru, quando leggerai io non ci sarò più, ma questo non significa che non si possa stare ugualmente insieme quando ti andrà. Una volta, da piccola, mi avevi detto che avresti voluto avere una libreria e mi ci hai fatto giocare spesso, se ricordi. Prendevi i libri e attrezzavi un banchetto per metterli in vendita. Te ne ho comprati tanti che non sapevo più dove metterli. Così ho pensato di farti questa sorpresa. La casa e l’albero di pesco erano già tuoi. Ci ho messo anche i libri, perché fosse più bella. Adesso hai le chiavi, vieni quando vuoi, io sarò qui, curioso di sapere cosa ci vorrai fare. Buona vita, il nonno.

Dario La Rosa

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