Dario La Rosa

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Vi racconto di Cuba

Il giorno in cui sono arrivato a Cuba, mi sono fiondato in una delle più antiche fabbriche di tabacco. Uno perché amo l’odore dei sigari e due perché mi affascinava l’idea che una persona potesse leggere libri e giornali mentre gli altri sceglievano le foglie e le arrotolavano prima di diventare Cohiba, Romeo y Jiulieta, Montecristo o gli altri marchi di sigari che prendono diverso nome in base alla zona di produzione, alla maturazione delle foglie e al loro colore.

Potrei dire mille cose di Cuba e fra queste rientra l’avere ascoltato il discorso di fine anno di Raul Castro a casa di un signore mingherlino che viveva con la moglie e la nipote e che ci aveva preso a cuore, a noi e a due americani che avevano dovuto fare il giro da Città del Messico per arrivare lì, nonostante fossero di Key West, a una manciata di bracciate dall’isola della rivoluzione.

Ascolta “Vi racconto di Cuba” su Spreaker.

Dico bracciate perché una volta c’è stato chi è davvero riuscito a nuotare da Cuba alla Florida. Lo ha fatto una donna il cui nome è Diana Nyad, che magari non dice niente, invece ha un peso bestiale. Perché non solo l’ha fatto ma l’ha fatto a 64 anni nuotando e cantando, nuotando e cantando sempre la stessa canzone che dava il ritmo alle sue bracciate. Vedi come torna la musica dove c’è vita. C’è un film con Jodie Foster che ne racconta le gesta e se vi capita vedetelo, che amiate il nuoto oppure no.

Poi ho un aneddoto, Gerlà, che da buon italiano, siciliano se vuoi, va raccontato per pura gloria.

Ero in una città in cui, come succedeva una volta a casa nostra, gli anziani si mettevano fuori e trascorrevano l’intero pomeriggio a giocare a carte. Lì, invece delle carte, usavano quegli splendidi mattoncini di legno o di osso chiamati domino. Attenzione però, lì non giocano col domino a sei che siamo abituati a vedere. Si divertono con il domino a dieci, che è esattamente quello del numero di carte che dai ai giocatori dello scopone.

Erano giorni che li guardavo, mi avvicinavo ma non trovavo il coraggio di dirgli che avrei voluto provare. Intanto guardavo e riguardavo. Osservavo le mosse e pensavo alle notti d’estate in cui, al fresco della terrazza e a due mandorle cavaliere verdi, da aprire con i denti, i miei nonni mi insegnavano a giocare a scopone. Il paradosso era che mi sembrava proprio la stessa cosa. Giocavano e si sfidavano. Chi perdeva lasciava spazio a una nuova coppia di sfidanti. Caso volle che un tizio si trovò a un certo punto senza compagno. E fu lì che entrai in gioco. Chiesi se mi potevo unire io e fui accolto con una risata che sapeva più di sfottò che allegria. 

Gli altri intorno si avvicinarono. Vuoi sederti a giocare? Mi chiesero. Prego, ma appena perdi offri la birra a tutti, tanto non duri neanche un giro.

C’erano di mezzo venti lattine di birra che coi pesos cubani, e non con i Cuc ufficiali del tempo, mi sarebbero costate una cifra abbordabile. Feci il calcolo e stavolta risi io, dentro di me, liberandomi forse dalle paure di stare a quel tavolo.

Non lo so se i miei nonni erano al mio fianco con i loro pensieri, fatto sta che io e il mio compagno improvvisato sbancammo tutte le coppie che c’erano a disposizione. Finirono per non credere che era la prima volta che giocavo ma allo stesso tempo non capivano come fosse possibile. Per me era troppo difficile spiegare che il mondo sa essere più piccolo e vicino, per certe cose, di quanto ci si immagina. E se anche avessi parlato dello scopone non avrebbero potuto capire. 

Finì che andai lo stesso a comprare le birre, per festeggiare la mia di vittoria e non una sconfitta. Fu bellissimo per tutti quello che c’erano.

E quindi restammo a esplorare l’isola insieme agli americani che nulla avevano contro quel posto che sapeva dare a tutti una razione di riso, un po’di zucchero e magari tanta allegria. Perché Gerlà, quella non possono torgliertela mai e se anche resti senza nulla se sai riderci su, il mondo appare davvero più bello di quel che è.

Forse dovrei fermarmi ma se continuo potrei parlarti del buio. Quando sono arrivato, sembra un gioco di parole, le luci erano ridotte al lumicino. Eppure c’era luce tutt’intorno. Perché, me ne sono convinto girando a zonzo per il mondo, dove c’è meno c’è sempre di più. Dove c’è meno il più, il sale della terra come avrebbe detto Salgado con le sue fotografie, te lo devi ritrovare dentro. E devi farlo uscire al momento opportuno per condire l’insalata della tua vita.

Per cui Gerlà, lo vedi come gira il mondo. Vogliono portare la luce, o spegnertela all’occorrenza, in ogni angolo del mondo che è diverso da te. Ma forse penso che è la luce che abbiamo dentro che dobbiamo tenere accesa per continuare a illuminare il mondo. Altrimenti si accendono solo fari e riflettori su cimiteri della nostra stessa civiltà.

Dario La Rosa

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