Dario La Rosa

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La luna vista da qui

Ciao Gerlà, pensavo alla Luna. All’uomo sulla Luna più precisamente. Vedere partire un razzo diretto nel cielo è sempre un’emozione indescrivibile. Sarà che invece di fare il giornalista, da piccolo volevo fare l’astronauta, però mi pare sempre incredibile. È che l’ho capito dopo quanto si doveva studiare, quindi alla fine ci ho levato mano.

Mi è rimasto il fascino di scoprire, però. Ho sempre immaginato quel volo fatto da Yuri Gagarin, il primo uomo ad andare nello spazio. Te lo ricordi? Ci hanno fatto pure un bellissimo orologio da collezione, Swatch Gent GG118 Yuri Gagarin del 1992. Sembrava un manga, raffigurava un pupino su quelle che potevano essere le buche vulcaniche di un pianeta e nel cinturino c’erano la figura di un astronauta e, sotto, delle strisce che facevano pensare ai raggi spaziali.

Ascolta “La Luna da qui” su Spreaker.

È sempre stato così e forse così sarà ancora a lungo. L’uomo guarda le stelle ed è a loro che rivolge le domande senza risposta, che poi forse sono le più belle. Lo abbiamo studiato pure al liceo, Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, te lo ricordi? Era una poesia di Leopardi, siamo all’inizio del 1800 e tra quelle righe ci sta un uomo, un pastore, che – ti leggo testualmente quello che scrive l’enciclopedia Wikipedia perché io sono sempre stato scarso – interroga la Luna sulla condizione umana, e sul suo incarico di governare il gregge, che non è a conoscenza del dolore dell’esistenza. Il pastore interroga il cielo senza ricevere risposta; sogna di viaggiare, di volare via dal mondo, ma non può, e così – purtroppo, aggiungo io – conclude che è tragico l’essere nati.

Eppure il desiderio di approdare sulla Luna ha da sempre unito l’uomo e tutte le nazioni. Niente guerre e rimorsi, in certi posti si va tutti insieme, anche se qualcuno vuole arrivare prima degli altri. Pensa alla stazione spaziale internazionale, dove in quattro pareti di lamiera super tecnica si incontrano pochi eletti di ogni dove.

Tra i ricordi di bambino c’è il racconto che i miei genitori facevano dell’allunaggio del 1969. Nelle case non c’erano ancora le televisioni e, chi ne aveva una, trasformò quella notte in un cinema per far godere dei quella magia chi aveva intorno. Sembra una metafora, ma pare si stia meglio quando le porte restano aperte per chi accetta di entrare. Tipo la formica e la cicala: aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più…

E adesso? Adesso, Gerlà, ci riproviamo e ancora una volta il mondo intero guarda lassù per stupirsi di cosa è capace. La tecnologia fa la sua corsa e magari un giorno si arriva davvero a farci una casetta. Io però la vedo così e ho messo giù due righe nel taccuino che possiamo decidere di pubblicare sulla nostra rivista Ulapino. Te la leggo:

Lasciatela ai poeti la Luna, a chi sogna e a chi ha il piacere di provare senza dovere per forza riuscire. Lasciatela a chi perde la testa per l’impossibile, anzi, a chi sulla Luna ha già la testa. Lasciatela a noi, a tutti noi coi piedi per terra. Tanto lei resta lì, ad aspettare il prossimo che vuol provare a metterci piede. La meraviglia, tanto, sta nel non poterci davvero arrivare. Sfiorarla ma essere costretti a tornare indietro. E continuare a sognare, continuare a vederla crescere e poi scomparire dietro una vetta o come un minusolo taglio che squarcia il cielo. E continuare a chiedere, alla Luna, di dirci da che parte sorgerà di nuovo il Sole.

Ciao Gerlà, alla prossima…

Dario La Rosa

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