Illumina l’ombra e sfida il tempo, ecco la scrittura di Dario La Rosa è il titolo di un’intervista pubblicata sul quotidiano La Sicilia, in cui si parla di libri e scrittura. Qui è riproposta integralmente

Giornalista e scrittore, Dario La Rosa, con i suoi libri, tra cui la serie dedicata a lachino Bavetta, racconta con delicatezza la complessità della vita quotidiana, cercando e indagando la luce dentro le ombre. Lo incontriamo per parlare del suo rapporto con la scrit-tura, del nuovo romanzo “Come neve d’inverno” e del modo in cui guarda al futuro delle parole.
Dario, nel tuo percorso la scrittura è sempre stata più di un lavoro: una ricerca continua, un modo per capire il mondo e le persone. – Cosa è oggi, per te, la bellezza dello scrivere?
«È il profumo del caffè nell’attesa che esca dalla caffettiera, l’ultimo sorso del vino che hai amato, è la scoperta di sé stessi e del mondo che ci circon-da. E il momento in cui puoi tuffarti e vivere una vita ogni volta diversa».
Il tuo lachino Bavetta è un personaggio che nasce oggi continua ad accompagnarti da libro a libro. Cosa pensi lo renda vicino ai lettori?
«La sua umanità credo sia centrale, il suo modo di vedere le cose e di interagire con la gente. Mi sorprende la capacità di addentrarsi con umiltà, quella voglia irrefrenabile che porta alla verità, la curiosità di scoprire come si muovono gli ingranaggi della vita. Mi sorprende il suo sapermi dire tutte le volte qualcosa di nuovo che neanche io so prima di averlo scritto».
E adesso c’è il tuo nuovo romanzo, “Come neve d’inverno”.
«Questa storia è nata in uno di quei periodi in cui la morte ti tocca molto da vicino ma non arriva per forza a compimento. Quei momenti di profonda tristezza che possono però sfociare in una speranza. È un tema con cui tutti noi facciamo i conti. Ma in fondo, come diceva Epicuro, non bisogna avere paura: quando ci siamo noi, la morte non c’è per davvero».
A proposito di dediche, hai creato nel tempo una piccola consuetudine: invia-re, attraverso i social o via e-mail, un pensiero personale a chi ti legge da lontano, ogni volta che qualcuno si avvicina a una tua storia.
«Scrivere e inviare dediche è bellissimo, è il vero legame inscindibile fra l’autore e il lettore. Ascolto i pensieri e le critiche e poi scrivo qualcosa di personale che, a mio avviso, rinsalda la vicinanza con quello che si è finito di leggere. Non faccio mai dediche prima che il libro venga letto».
Oggi la scrittura sta vivendo una trasformazione profonda con l’uso dell’intelligenza artificiale. Da giornalista e autore, come guardi a questo cambiamento?
«Tutti i cambiamenti spaventano. Mi piace pensare che chi rimarrà fedele alla scrittura nata col cuore sarà come quei vecchi artigiani di altissima classe che saranno davvero amati da chi ne comprende il valore».
Scrivere è anche un modo per lasciare una traccia o un ricordo. Se dovessi pensare al tempo che verrà, a chi troverà un giorno i tuoi libri su uno scaffale, cosa ti piacerebbe che restasse di te, e della bellezza delle storie che hai scritto?
«Ho imparato ad amare la scrittura ascoltando le storie che mi venivano raccontate da bambino. Il sogno più bello è che le mie parole possano essere lette e raccontate anche a distanza di tempo. Tutto ha una fine, l’arte è l’unica cosa che non muore mai».
Scritto da Lisa Salfilippo e pubblicato su La Sicilia del 27 novembre 2025