
Ninetta lo ripeté in mente quando, a fine serata, invece di andare a letto, si era fermata sul suo scrittoio.
La sedia era messa di sbieco e non ci fu bisogno di spostarla. Una volta seduta, aveva appoggiato al suo fianco la stampella con cui si aiutava a camminare e aveva aperto uno dei tanti cassetti del mobile antico.
Tirò fuori un foglio e da un altro cassetto prese un paio di penne. Provò per prima la vecchia stilografica che usava suo marito. Non scriveva più da tempo e il tratto si era trasformato in un grumo pastoso. Ne provò un’altra ma, nonostante il tentativo di riscaldarla con l’alito, riuscì a segnare solo un impercettibile incavo trasparente lungo tutto il foglio.
Le sue penne preferite non scrivevano più. Non se ne dispiacque, aveva avuto la capacità di non affezionarsi troppo agli oggetti, semmai, ne amava ricordare il perché le piacevano. Aveva ancora a mente la forma della stilografica con cui, anni prima, aveva firmato il suo contratto di lavoro. Era stato il dono del padre, felice per il successo ottenuto. La penna, però, durante una veloce scritta per un appunto in strada, le cadde per colpa della spinta involontaria di un passante. Finì tra le insenature di un tombino e si perse per sempre. Eppure la ricordava, così come ricordava la gioia negli occhi del padre mentre le veniva consegnata. Quelle immagini erano lì con lei, non servivano gli oggetti per essere presenti.
Prima di cena aveva passato mezz’ora in compagnia della Settimana enigmistica e aveva posato una comune biro nella tasca della vestaglia a fiori che usava quando era in casa. L’incavo era all’altezza della pancia, le bastò infilare la mano per trovarla.
La provò, nonostante fosse certa funzionasse. Osservò il tratto. Era blu, niente di più. Ne avrebbe preferita un’altra, se non altro per le cose che aveva da dire, ma si disse che quello che conta sono le parole che vengono usate, non l’eleganza con cui vengono scritte. Il foglio invece volle cambiarlo, quello doveva essere vergine. Riaprì il cassetto da dove aveva preso il primo, ne tirò fuori un altro e scrisse.
Mise la data, in alto a destra, poi si fermò a guardare il foglio bianco.
Aveva pensato a una frase con cui iniziare, mentre si accorgeva che la penna di suo marito era senza inchiostro. L’aveva scordata ma ne ricordava il concetto. Provò a dirlo in un altro modo ma non le piacque. Prese il foglio e lo accartocciò delicatamente, come a chiedere scusa per una colpa inesistente.
Le mani che avvolgevano la carta mostravano per intero la loro età. Erano sottili, con poca pelle intorno alle ossa, rese spigolose dai dolori articolari. Eppure restavano mani curate.
Tenne fermo con la sinistra un nuovo nuovo foglio tirato fuori dallo stesso cassetto e, con la destra, iniziò ripetendo nel silenzio della stanza le parole che aveva solo pensato qualche minuto prima.
Scrisse e non si fermò più, finché non ci fu più spazio, se non per due ultime parole, “tua Ninetta”.
Lasciò la lettera sullo scrittoio, senza rileggerla né guardarla. Si limitò a poggiarci la penna sopra. Poi, con i tempi di una donna ormai vecchia, raggiunse la stanza da letto e si andò a coricare.
Gli eventi erano stati una valanga che nemmeno un’altra montagna avrebbe potuto contenere, ma Ninetta aveva lo stesso potere dei giovani fuscelli. Sapeva piegarsi per lasciarsi travolgere senza spezzarsi.
Non sapevano neanche come dirglielo, per via dell’età e per la preoccupazione di cosa sarebbe potuto succedere dopo.
Alla fine era successo come succede sempre, con una telefonata in lacrime.
“Abbiamo perso Matteo, mamma. Si è sentito male all’improvviso, come è successo a papà. Hanno provato, hanno provato ma non è servito”.
A parlarle era stata Liliana, la sua secondogenita. Carlotta non poteva, non ce l’avrebbe fatta. Era un fiume di lacrime per suo marito e per il piccolo Matteo, che era a scuola ma di lì a poco avrebbe scoperto che oltre alla vita esiste anche la morte. Che arriva per tutti, senza preavviso e può toccare anche chi vuoi bene, chi ti sta vicino ogni sera. A volte si impara troppo presto e non c’è nulla da fare.
“Mi vesto, venitemi a prendere”.
Ninetta, che conosceva la morte da vicino, ebbe un fremito, dovuto a un pensiero che non riuscì ad afferrare.
Aveva perso il suo amore più grande. Guido, suo marito, se n’era andato cinque o sei anni prima. Doveva ogni volta fare i conti, perché era una data che scordava con facilità, o forse che non voleva ricordare. Gli era toccata la stessa sorte che adesso aveva portato via il marito di sua figlia. Che beffarda sa essere la vita.
Mentre si preparava pensò ai genitori, quello sì, ne era certa, erano andati via da tempo. Eppure il ricordo andò a loro. No, però, non era questo che le aveva fatto balenare quello strano pensiero. Non era il momento giusto per metterlo a fuoco. Aprì l’armadio e con un paio di gesti di chi sa cosa cercare, spostò alcuni abiti sino a raggiungere quel vestito che sperava di non dovere indossare più: un pantalone e una camicia di colore nero.
Se l’era chiesto tante volte che vestito avrebbe dovuto preparare per la sua dipartita e tutte le volte aveva escluso con fermezza quel nero che le ricordava il buio. Lo aveva indossato solo una volta, la volta in cui se n’era andato suo marito. Era stato un dolore troppo grande per potere trovare conforto in una qualsiasi stoffa che indossasse l’allegria. Non ci credeva neppure lei, ma su alcune faccende non hai alcun controllo finché non accadono. Aveva perso amiche e conoscenti e tutte le volte aveva scelto di portare i fiori addosso. Pantalone nero, camicia a fiori. E a chi le faceva notare la discordanza, rispondeva con quello che pensava.
“Trovo nella morte anche un momento di gioia, quella di avere condiviso anche pochi felici attimi insieme. Le sue camicie erano il modo di ringraziare con reverenza chi le aveva permesso di stare bene. Con suo marito non c’era riuscita e adesso era la seconda volta.
Passò a prenderla il compagno di Liliana. L’aspettò davanti al portone. Ci volle un po’, prima che scendesse. L’età le aveva rallentato i movimenti che un tempo riusciva a compiere in fretta, le aveva strappato la voglia di correre anche quando fosse stato necessario. Aveva affrontato questo passaggio all’età adulta con garbo, come si fa quando la brezza di mare ti muove i capelli. Accetti il soffio o te ne vai. E a lei la vecchiaia aveva fatto piacere, aveva iniziato ad amare l’allungarsi del tempo, il potersi ricordare di tutte le azioni compiute durante il giorno. Almeno fino alla morte di suo marito. Poi qualcosa aveva detto basta.
In quella stanza opaca, in cui la disperazione era ovattata dalla compostezza, Ninetta aveva solo un pensiero. Ed era quello rivolto a suo nipote.
Giocava nella sua stanza, perso in quell’attimo che puoi cogliere solo a distanza. Di giorni, di mesi, forse di anni. Consapevole solo di una perdita che non sai pesare, ma che prima o poi sei certo si paleserà con tutta la sua pesantezza.
Aveva abbracciato la figlia, Ninetta. Le aveva detto solo: “Poi passa”. Ma lo sapeva anche lei che non passa mai e che avrai sempre più voglia di colmare quella distanza. Era il modo con cui una madre rassicura una figlia. Nulla può minare le fondamenta. Un terremoto le scuote ma poi assesta le travi, anche in un’altra forma. L’importante è che stiano in equilibrio.
A consolare la figlia c’erano gli amici di sempre. Molto più calorosi e vicini di quanto potesse fare lei in quel momento.
Si concentrò su Giovannino, l’unico ad essere rimasto solo. Chi c’era domandava di lui, si interrogava di come avrebbe fatto senza un padre. Ma al contempo nessuno si curava di raggiungerlo, di dargli un abbraccio o una carezza. Doveva essere la prova di come sa essere codarda la paura, che ti fa sviare. Una fuga che lascia il vuoto.
Ninetta lo trovò nella stanza. Giocava con la creta. La appallottolava e la pressava, la appallottolava e la pressava.
Era immerso in un mondo in cui era difficile entrare, se non altro per la differenza d’età. Ninetta ci pensò ma non le tornò in mente nessun lutto che, da bambina, poteva averla fatta sentire come stava adesso Giovannino.
Prese una sediolina dal tavolinetto dei giochi e gli si mise accanto.
“Posso averne un po’ anch’io?”.
Giovannino la guardò e sorrise. Era molto affezionato a sua nonna. Compose una pallina con le mani, aggiunse dell’altra creta vergine e gliela porse dicendo che avrebbe dovuto schiacciarla per bene, perché doveva fare le pizze. Così si misero a cucinare insieme.
Nemmeno le lancette sapevano più quanti giri avevano fatto intorno al quadro dell’orologio. Non c’era più nessuno in casa quando la mamma andò in stanza per vedere come stesse suo figlio, come se fino a quel momento se ne fosse dimenticata.
Aveva avuto altri pensieri. Aveva dovuto sorreggere il peso di abbracci pesanti. Di mani che provano a essere consolatorie ma che in circostanze come quella aggiungono solo la consapevolezza del dramma in presa diretta.
“Siete qui?”.
Alla domanda della madre, Giovannino rispose che, con la nonna, le avevano preparato una pizza e che poteva sedersi, se voleva. Allora lei asciugò le lacrime che da ore le colavano giù lungo il viso e si mise accanto al figlio e alla madre.
“Nonna se il forno è caldo le possiamo infornare”.
Dalla porta Liliana osservava sua sorella, suo nipote e la madre. Sembravano un presepe.
“Posso averne una anche io?”.
Fu Ninetta a rispondere.
“Ce ne sono per tutti, vero Giovannino? Nella nostra famiglia c’è spazio per tutti”.
“Vieni zia, siediti lì accanto a mamma, le pizze sono quasi pronte”.
Mangiarono digiunando. Il dolore lasciava spazio solo per un pasto immaginato felice, intorno a un tavolo, fra brindisi e sorrisi.
Mentre mordevano per finta, Ninetta si chiese cosa stesse immaginando Giovannino; se vedeva al suo fianco il padre che non c’era più o se invece si vedeva lontano, a giocare su un prato assolato.
Lei aveva immaginato di stare a tavola con suo marito e mentre lo pensava, di nuovo, le balenò quello strano pensiero che non era ancora riuscita a tenere tra le mani.
La stanchezza finì per avvolgerli in un sonno riparatore che per qualche ora pose fine al dolore.
Ninetta quella notte dormì appena. Le balenava un’immagine che le strappava via la serenità che era riuscita a conquistare.
Da tempo aveva scelto di chiudere con questo mondo e di provare a raggiungere la persona che aveva sempre amato. Aveva sopportato a lungo la sua assenza ma ormai le figlie erano grandi e credeva fosse giunto il momento di poter dire basta.
Lentamente, il tempo e la vecchiaia l’avrebbero fatta arrivare al capolinea. Era serena, voleva concludere questo percorso. O, perlomeno, si sentiva pronta ad affrontarne l’ultimo tratto.
Quel lutto improvviso, però, aveva mandato in tilt un ingranaggio già in movimento.
Forse non era stata la morte a crearlo, era stato, di questo era certa, lo sguardo di suo nipote. Per tutta la notte si chiese come potesse superare quel momento. La madre, sua figlia, avrebbe dovuto farcela da sola. E lo sapeva, non sarebbe stato facile.
Quando era morto il suo, di marito, aveva rimboccato le maniche e fatto fronte al doppio delle fatiche. Suoceri e genitori non c’erano già più e quando quell’abbraccio effimero di amici e parenti era andato via, si era guardata allo specchio e si era guardata rimboccarsi le maniche. Arrotolava la camicia e si guardava gli avambracci. Erano ancora forti e si era detta che avrebbero potuto sostenere quel peso.
Questa volta era diverso. Guardandosi allo specchio vide i palmi delle mani piene di rughe. Si disse lo stesso che quel bambino aveva bisogno delle sue carezze, di quelle che sua figlia credeva non avesse potuto dare.
Quando era successo a lei, le ragazze erano molto più grandi. Avevano pianto insieme e insieme avevano affrontato i giorni più bui. Parlandone e rincuorandosi.
Si guardò ancora i palmi, prima di bagnarli e passarli sul viso assonnato.
La verità però era un’altra e adesso riaffiorava deciso il pensiero sino a quel momento rimasto offuscato. Quella morte e soprattutto l’affetto che nutriva verso suo nipote, le aveva mandato a monte i piani.
Nulla di complicato, si era detta che ormai il suo compito era stato portato a compimento. Era felice e le cose di cui poteva ancora rimproverarsi erano diventate improvvisamente di poco conto. Quando hai la visione completa della vita, scompaiono le piccolezze, anche quando ci hanno strappato il fegato a morsi.
Nietta aveva sentito dentro di sé una spinta verso l’ignoto. Aveva sentito il suo corpo rilassarsi come mai era avvenuto. Una leggerezza inconsapevole, qualcosa che la mente non poteva controllare. Sapeva di essersi avvicinata per la prima volta alla morte e alla chiamata aveva risposto con un sorriso. Si sentiva pronta. In cuor suo aveva voglia di ritrovare suo marito.
Non avrebbe fatto nulla per accelerare l’effetto di quella chiamata, avrebbe solo atteso, lasciandosi andare piano piano. Ma il nuovo lutto aveva mandato tutto all’aria. Soprattutto lo sguardo smarrito di suo nipote. Non poteva lasciargli un altro vuoto adesso. Per forza di cose avrebbe dovuto rimandare l’appuntamento con la morte e l’incontro con Guido. È per questo motivo che decise di scrivere la lettera.
Lo scrittoio era vuoto, ma il foglio e le parole impresse erano leggibili. Non avrebbe potuto consegnare il foglio in busta. Così lo lasciò lì, in modo che dall’alto del cielo, suo marito ne avrebbe potuto sbirciare il contenuto.
Lei sì, ci credeva, che sarebbe potuto accadere.
C’era scritto così:
Non è mai troppo tardi per una lettera d’amore.
E io sono ancora qui, ad aspettare il momento di ritrovarti.
Se il tempo e le circostanze ci frenano, sarà perché il nostro incontro dovrà essere divino.
Ero pronta a partire ma devo rinunciare e sono certa che, come hai fatto sino ad ora, mi saprai aspettare.
Pochi attimi ci separano ma lo sguardo fragile di un bambino, mi dice di tenere gli occhi aperti.
Gli abbracci sono destinati agli angeli e so che quando finirò di stringere il nostro nipotino, ti arriveranno il calore e l’affetto di cui siamo stati capaci. Insieme, anche lontani.
A presto,
Tua Ninetta.
Dario La Rosa – © 2025 – tutti i diritti riservati
I fatti narrati in questo libro e le persone citate sono frutto della mia fantasia. Ogni riferimento a fatti, cose o persone è da considerarsi del tutto casuale.
In copertina stilizzazione di una fotografia scattata dall’autore durante un viaggio in Giappone