Dario La Rosa

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La Tartaruga Cassiopea

la foto mostra la copertina della storia per bambini la tartaruga cassiopea, in cui una tartaruga nuota prende il sole su un salvagente

Uno

La prima cosa che ho visto nella vita è stata un cielo stellato, che più stellato non si può.

Ero appena appena uscita dal guscio e avevo spazzato via i fastidiosi granelli di sabbia che mi coprivano gli occhi.

Ah, ecco, dimenticavo. Sono una tartaruga marina, una caretta caretta e passo la vita nuotando, sia d’estate che d’inverno.

Ero stata depositata dalla mia mamma poche settimane prima. Stavo dentro a un uovo sotto la sabbia, per stare al sicuro mentre crescevo più o meno quanto un pollice. 

In poco tempo, però, il guscio è diventato troppo piccolo. Per di più faceva un caldo infernale. Mi era venuta voglia di fare un bagno. Così, con il becco e le pinne avevo grattato e colpito fino a quando non si era aperta una fessura nell’ovetto.

Un altro colpo di becco e… swuuam, tutta la sabbia che mi aveva protetto fino a quel momento mi era caduta in testa. 

Allora ho chiuso gli occhi, preso un gran respiro e spinto con tutte le mie forze per sbucare fuori dalla tana.

Davanti a me c’era una distesa blu come la notte e la schiuma bianca delle onde bagnava la spiaggia.

È stato in quel momento che ho guardato in alto. Ho visto tutti quei puntini luminosi e il mio becco a punta si è trasformato in una fetta d’anguria sorridente.

Poi ho preso una rincorsa e mi sono tuffata. Che bella sensazione entrare in acqua. Era calda e accogliente.

Ho iniziato facendo sette capriole all’indietro. Un record nel mondo di noi tartarughe.

“Beeella” mi hanno detto le amiche che erano in acqua.

Poi ci siamo messe tutte in cammino, sapevo che le stelle mi stavano guidando da qualche parte, anche se non sapevo dove.

Due

La mia prima notte in mare è stata lunghissima, mi sembrava di non avere più le forze per andare avanti. 

Galleggiavamo vicine come una pioggia di cioccolato nel latte e ci tenevamo per le pinne in modo da rimanere unite.

“Ho sonno”, ha detto qualcuno che si trovava in mezzo al gruppo.

“Anche io”, “anche io”, abbiamo iniziato a ripetere tutte.

Così, senza che ce ne rendessimo conto, ci siamo addormentate mentre l’acqua ci trascinava chissà dove.

Tre

“Sveglia! È ora di nuotare”, gridò una voce quando ancora il sole non si era alzato all’orizzonte.

Prese dallo spavento, siamo scappate tutte.

“Ma che fate, non vedete che sono una tartaruga anch’io? Non abbiate paura, per un po’ sarò la vostra maestra. Volete imparare come si fa a vivere in mare, giusto? E allora seguitemi”.

Quattro

Ricordo benissimo la prima lezione, perché la nostra tartamaestra ci ha portati tutti in groppa. “Tenetevi forte”, ci ha detto mentre nuotava “e preparatevi ad andar giù”.

Si immergeva scendendo e risalendo come le note musicali e scivolava nell’acqua così dolcemente che mi sembrava di essere cullata.

La tartamaestra ci portò nel blu profondo, su uno scoglio ricoperto di alghe che ci solleticavano le pinne.

“Benvenuti alla Formica”, ci disse. “I passeggeri sono pregati di scendere senza dimenticare i bagagli. E ora a studiare!”, avvertì.

Io mi fermai a guardare il cielo. Notai subito che le stelle non c’erano più. L’azzurro sembrava la continuazione del mare, come in una palla, riempita per metà d’acqua e per metà d’aria.

A scuola, imparai a seguire le stelle quando era buio, e la linea dell’orizzonte quando faceva giorno. 

Il mio desiderio era toccare il punto in cui aria e acqua si danno un bacio.

Un giorno la tartamaestra si immerse e tornò con un grosso granchio in bocca. Lo sputò fuori e disse: “Questo si mangia”.

Non fece in tempo a finire la frase che una di noi si fiondò per dargli un morso.

Il granchio, però, la punzecchiò sulle pinne con le sue chele forzute e lei scappò piangendo dietro il guscio della tartamaestra.

“Era questo che volevo raccomandarvi. Sarà anche un buon pasto ma potete farvi male. In mare è così. Ogni cosa deve essere presa sul serio. Basta sbagliare una volta e squick, qualcuno ci mangia”, disse girando la testa e facendoci ridere tutte in coro.

“Aprite bene le orecchie – ripetè attirando la nostra attenzione – è importante che impariate un paio di cose: ad aver paura delle bolle e dei frullini”.

Nella scuola Formica, sezione blu profondo, imparammo subito a stare attente ai frullini. 

Una delle mie tartacompagne stava nuotando in apnea. Trattenne il fiato per moltissimo tempo e arrivò dove nessuna di noi era mai riuscita prendendo fiato una sola volta.

Segnato il record, si girò verso di noi. Le facemmo un grande applauso battendo le pinne e schiacciando rumorosamente il becco.

Mentre nuotava verso lo scoglio a pelo d’acqua, iniziammo a tremare. Un rumore assordante ci fece bruciare le orecchie dal dolore e tutto intorno a noi divenne bianco e pieno di onde.

Era il frullino, una barca passata a tutta velocità con la sua elica tagliente come un coltello.

La mia compagna ci finì in mezzo e non l’abbiamo più vista tornare.

La maestra venne verso di noi e ci abbracciò. Le scendevano lacrime d’acqua salata sulla guancia.

E tutte noi capimmo cosa fosse il frullino. Imparammo subito a tenerci lontane da quel rumore e ad andare giù in profondità se sentivamo arrivare una barca a motore.

L’altra cosa da conoscere erano le bolle. I sacchetti di plastica che galleggiano ovunque. In profondità, in superficie e vicino agli scogli.

Per insegnarci quanto fossero pericolose, la maestra ci prese per le pinne e ci infilò dentro a un sacchetto rosso portato dalla corrente vicino allo scoglio Formica.

L’impatto fu bellissimo. Sembrava che il mare avesse cambiato colore.

Quando la maestra ordinò di uscire, però, nuotammo senza trovare l’uscita.

L’aria che avevo preso per stare sott’acqua stava finendo. Mi aiutò un raggio di sole, lo seguii e trovai l’apertura. Chiamai le mie compagne e anche loro riuscirono a mettersi in salvo. 

“Che paura”, non sapevamo che la maestra era al nostro fianco, pronta a tirarci fuori dalla bolla di plastica in caso di bisogno. 

“Ecco”, ci disse “queste sono le bolle: sacchetti, tappi e reti galleggianti che inquinano il mare e mettono in pericolo tutti i suoi abitanti”.

“Ma da dove vengono? Se sono così pericolose, chi le ha inventate? Perché stanno qui con noi?”.

“Giuste domande”, ci disse la tartamaestra “le ha inventate l’uomo, come tante altre cose utili. Solo che alcune persone sono davvero sporcaccione e lasciano cadere in acqua i rifiuti. È per questo che il mare si è riempito di plastica. Si sono formate bolle così grandi da poterci camminare sopra”.

Cinque

Fra una lezione e l’altra diventammo grandi. Non proprio come la maestra, ma a tal punto da poter andare in giro da sole. Insomma, la scuola era finita. 

Avevamo imparato a fare la spesa sottomarina e a evitare i pericoli principali. Non restava che affrontare il blu e fare nuove amicizie lungo la corrente.

Avrei seguito le stelle. Ma prima volevo scoprire dove ero nata. Così lo domandai alla maestra.

“Noi?”, spiegò, “viviamo intorno a un triangolo di terra chiamato Sicilia, nel mar Mediterraneo. Un posto meraviglioso tenuto in piedi da un bambino”.

“Davvero?”, esclamai richiamando l’attenzione di tutti i compagni che si misero ad ascoltare la storia.

“Sì, un bambino che amava il mare e ogni giorno si tuffava per guardare i pesci e nuotare. Si chiamava Colapesce. 

Un giorno si accorse che una delle tre colonne che tengono in piedi la Sicilia si era spezzata. Allora il bambino decise di andare giù negli abissi per tenerla con le sue mani. E i pesci diventarono i suoi migliori amici”.

“Che meraviglia”, pensai. 

Poi venne il tempo di mettermi in viaggio.

Facevo amicizia con tutti i pesci che incontravo e mi fermavo a giocare a nascondino fra le alghe.

Un giorno finii su uno scoglio a forma di farfalla, c’erano spiagge color cristallo e scogli pieni di scorfani rossi che sonnecchiavano al sole. Me ne innamorai subito, anche se ci stavo per lasciare il guscio.

Nuotavo nel blu quando fui investita da un branco di tonni che viaggiavano a tutta velocità verso un gruppo di aguglie.

Sbatti di qua e sbatti di là, finii per perdere conoscenza. Per fortuna la corrente mi portò vicino a una spiaggia.

Ero dolorante ma per fortuna sembrava che i pezzi fossero tutti al loro posto. All’arrivo dei tonni avevo fatto in tempo a chiudermi nel guscio.

Mi accorsi che, sott’acqua, c’erano decine e decine di piedi. Alzai la testa e vidi tanti bambini giocare con le bolle di plastica.

Presa dalla paura, nuotai verso il largo. La tartamaestra era stata chiara: “Se sentite odore di pericolo, cambiate rotta e andate altrove”.

Quel giorno, però, era come se Nettuno, il dio del mare, volesse che restassi proprio vicina a quell’isola a forma di farfalla. C’era una corrente impertinente che mi tirava indietro. In più l’acqua era gelida.

Nuotavo e nuotavo senza avanzare di un centimetro. Ad un tratto, risalendo a galla per prendere fiato, qualcosa mi entrò dritta in gola. 

Era dura e non mi faceva respirare. I riflessi del sole sull’acqua mi accecavano e avevo la pancia dolorante.

Guardai in alto, come se l’istinto mi dicesse di cercare le stelle. Ma anche loro sembravano essere state cancellate dalla luce del giorno.

Chiusi gli occhi e svenni.

Sei

Mi risvegliai in una vasca di vetro. Se andavo avanti sbattevo la testa. Infatti avevo già due bernoccoli. In compenso la gola era libera e stavo bene.

“Plof”. Qualcosa cadde in acqua. “Plof”, un’altra e un’altra ancora. Erano sardine, non ci credevo. 

Avevo fame e ne addentai una con piacevole sorpresa: erano deliscate. Non c’erano le piccole spine che mi solleticavano la bocca quando mangiavo in mare aperto.

Erano due bambini a farle cadere in acqua. Credetemi, iniziavo a non capirci nulla.

Per fortuna, scoprii di non essere sola. In un’altra grande bacinella c’era una tartaruga che somigliava alla mia maestra.

“Tartamaestra, sei tu?”, le domandai timidamente. “Dove siamo finite?”.

“No piccola”, rispose aprendo il becco, “non sono la tua maestra, sono tarta Concetta. Sei all’ospedale delle tartarughe. È la mia casa da quando un frullino mi ha falciato il carapace. Tu invece ci sei finita grazie a un pescatore”.

“Davvero? Raccontami”.

Così, l’anziana tartaruga prese un gran respiro e iniziò a parlare.

“Il giorno in cui volevi fuggire dalle bolle hai finito per ingoiarne una ma, per tua fortuna, un pescatore si è accorto che eri in difficoltà e ti ha portata qui”.

“Tarta Concetta, ma tu come fai a sapere tutte queste cose?”.

“Ho imparato a capire le parole delle persone e sono loro a raccontarmi cosa accade”.

“Davvero?”

La tartaruga Concetta rise.

“Diventerai famosa, sai?”.

“E perché”?

“Perché la bolla che ti stava uccidendo è diventata il simbolo di una scultura che si chiama PLASTIC”.

“Plastic? E che lingua è?”

“È il modo con cui gli umani chiamano le bolle. Hanno ingabbiato la sporcizia per dire alla gente distratta di non sporcare il mare. E siccome ti hanno salvata proprio da una bolla, sei diventata il simbolo del mare pulito”.

“Scusa tarta Concetta, ma come è uscita questa bolla dalla mia pancia, ho mica fatto una cacca gigante?”. 

“Ahahhah”, rise sott’acqua la tartaruga facendo uscire mille bolle di fila dalla bocca.

“Ma no, hanno preso una pinza lunghissima e hanno tirato fuori il tappo che avevi ingoiato”.

La tartarughina stentava a credere al racconto. Era stanca e, mentre tarta Concetta raccontava, si addormentò sognando di tornare a nuotare nuovamente in mare.

Quando si risvegliò le sembrò di rivedere quelle stelle che le indicavano la via da seguire, come quando era nata.

C’erano anche i bambini che le avevano portato le sardine. Tenevano in mano un foglio con tante stelle disegnate, come una pioggia di diamanti.

“Tarta Concetta”, chiamò “che succede?”.

“E’ il foglio con il tuo nome, significa che potrai tornare a nuotare nell’acqua salata. Sei guarita. Lo fanno con tutte le tartarughe che passano da qui”.

“Vuoi dire che mi chiameranno come una stella?”.

“Proprio così, ad ognuna assegnano il nome di una costellazione”.

“E io? Come mi chiamerò?”.

“Ti chiamerai Cassiopea, una costellazione lunga come i fiumi della corrente marina”.

Cassiopea alzò la testa e sorrise. Due bambini lasciarono cadere una sardina e la tartarughina la afferrò al volo. Era tornata in forze e si sentiva di nuovo pronta per nuotare. 

Venne sollevata e portata su una spiaggia piena di bambini che la guardavano. Un signore con una maglietta blu le accarezzò il guscio e indicò il mare. Le stava dicendo di andare.

Cassiopea si girò ancora una volta a guardare i bambini, poi, come quando era nata, spinse le pinne contro la sabbia per raggiungere le onde che si infrangevano a riva. Andò avanti fin quando non toccò l’acqua salata.

Il mare l’aspettava per la sua lunga vita.

Nota dell’autore

Cari bambini. Quella di Cassiopea è una storia vera, ingoiò un tappo a fine primavera. Il mare che la vide così bella decise di farla brillare ancora come una stella. La tartaruga di questa storia, una caretta caretta, è stata tratta in salvo da alcuni pescatori dell’isola di Favignana, il luogo a forma di farfalla in cui stavo costruendo, con l’aiuto di tanti bambini, un’opera d’arte che parlasse del mare e di quanto può essere pericolosa la plastica se non finisce nel giusto cassonetto della raccolta differenziata. Ho costruito tante gabbie di metallo a forma di lettere, in modo da poter scrivere PLASTIC. Dentro, io e tanti bambini, abbiamo messo la plastica raccolta dal mare. L’abbiamo ingabbiata in modo che non potesse far più male ai pesci, alle tartarughe e anche agli uccelli che popolano il mare. Cassiopea, per colpa del tappo blu che aveva ingoiato, non riusciva più a nuotare. Grazie ai medici e al personale dell’Area marina protetta delle Egadi, la più grande d’Europa, si è salvata. Il suo tappo è stato ingabbiato nella lettera S dell’opera. La stessa con la quale inizia la parola Speranza. Perché vogliamo credere che il mondo possa essere sempre più bello e rispettoso della natura e degli animali che lo popolano. Così, dopo aver davvero preso il nome di una bellissima costellazione, Cassiopea è tornata in mare, dove ancora nuota insieme ai suoi amici.

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