Dario La Rosa

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Manualetto della Minchia

foto mostra il libro il Manualetto della minchia di Dario La Rosa

E in principio fu la minchia. Ovvero: l’aggeggio che ci ha fatto nascere, quello che ha condito l’uovo dandogli quel pizzico di gusto in più. L’affare che ha catapultato migliaia di volontari dell’amore a farsi una maratona senza allenamento. Pronti, praticamente tutti, a soffocare in quel tunnel dell’inferno per amore della vita. Ma se il lancio è stato fatto bene ci sarà uno speleologo che riuscirà a trovare la retta via nella caverna. E a quel punto saranno tutti felici e contenti. O almeno si spera.

D’accordo, in quest’avventura “no limits” non è servita solo quella, la mitragliatrice ovviamente, ma diciamo che, nel complesso, è pur servita a qualcosa. Anche se adesso si può anche farne a meno per via di tutti quegli aggeggi medici che consentono di fare tutto senza far niente. Ma a noi piace pensare che sia ancora strumento d’importanza fondamentale, nella buona e nella cattiva sorte.

Già, perché la minchia soffre e gioisce proprio come una persona. Diciamo che è un’entità a sé, dotata di capacità non solo fisiche ma anche emozionali. Ed è per questo che bisogna conoscerla, educarla ed amarla. Per fare in modo, questo ce lo auguriamo, che finché morte non ci separi, ella possa essere da voi costantemente desiderata: che siate donne, uomini o qualsiasi altro genere di essere a cui piace fare all’amore.

IL NOME

Innanzitutto è bene precisare una cosa: la minchia è la minchia. Essa non può avere sinonimi, è un’entità a sé stante. Obietterete che tanti sono i sostantivi per parlare dell’oggetto in questione, ma nessuno di loro rende come questo.

 Il pene, il pisello, il cazzo, la mazza, il bazooka, l’affare, il membro, il marruggio, il cilindro, il coso, l’asta, il bimbo, l’uccello, non hanno nulla a vedere con una cosa che racchiude in sé non soltanto sesso ma anche arte, poesia e filosofia.

Non ci credete, vero? Un nome vale l’altro quando parliamo di quella entità che ci pende fra le gambe. Non è così, state a guardare.

 La minchia è il sostantivo perfetto per indicare una cosa che ha vita e che la dà, anche. Mai azzardarsi a sopravvalutarla e tantomeno a sminuirla. Nessuno direbbe mai di avere un minchione. Esso non è una parte del corpo ma è l’iconografia di un uomo le cui capacità intellettive sono ridotte al lumicino. Il minchione è quella persona che non sa prendere una decisione, che sottostà costantemente agli altri, uno che si accolla le decisioni altrui.

 La minchietta non ha bisogno di spiegazioni. Il significato è chiaro sin da subito. Una minchietta non vale niente, è una mezza cartuccia. E’ l’attributo da dare ad una persona priva di qualsiasi considerazione, che quasi non fa parte del regno umano. Figurarsi poi una minchina, è una cosa priva di senso.

 Non c’è altra possibilità, l’unità di misura dell’uomo è la minchia. Il sostantivo in sé, che non può avere alterazioni.

 Essa è un’icona, è un termine globalizzato, che nei paesi del Sud del mondo ha attorno a sé un’aura di rispetto. Effettivamente, ad un amico con il quale siete in buoni rapporti e di cui vi interessa realmente la salute psicofisica non chiederete mai soltanto come va. Dopo avervi risposto chiederete anche: “e la m….. come sta”?

E’ un modo per sapere se anche ai piani bassi è tutto ok, se la ginnastica viene fatta con costanza e soprattutto come l’atleta risponde agli allenamenti. A questa domanda dovrebbe esservi sempre risposto un semplice “tutto a posto”. Perché là sotto non ci possono e non ci devono essere mai problemi.

 E se anche dovesse capitare una stupidaggine, una semplice infezione, un innocuo fungo che si cura facilmente con una pomata o altre cose del genere, allora sì che scatta l’allarme. Innanzitutto, voi uomini duri che non avete mai bisogno dell’aiuto del dottore, perché tutto passa da sé e senza farmaci, chiamerete immediatamente tutti gli amici medici che avete registrato in rubrica. Giusto per avere informazioni più precise.

 Indipendentemente da quello che avranno detto concluderete comunque esclamando: “Ma allora che mi devo prendere?”. Vi imbottirete di farmaci, se è notte girerete per tutta la città in cerca di una farmacia di turno che possa darvi l’occorrente per rimettere a posto il tutto in breve tempo. No, in brevissimo tempo.

Nel frattempo, però, gli amici medici avranno parlato con altri amici e, nell’arco di qualche minuto, inizieranno ad arrivare telefonate di conforto.

“Ho saputo…”, risatina.

“Non ci scassare la minchia”, direte voi.

“Già è fuori uso di suo…”, altra risatina.

“Pare che in un paio di giorni passerà tutto, comunque niente di grave”.

“Menomale…”, ultima risatina accompagnata da un sincero respiro di sollievo per la salute altrui.

Ma non per la salute in generale, proprio per la salute del membro dello stesso club. In questi casi c’è una perfetta immedesimazione nell’altrui affare, un’empatia che ti porta a dire, “minchia, potrebbe venire anche a me”. Da qui la sincerità del cordoglio.

Ma non per forza qualcosa deve andare storto e quindi, se tutto va bene, sarà festa generale.

 LA PRONUNCIA

Sembra uno scherzo ma non lo è. Occorre pronunciare correttamente la parola in questione, affinché al destinatario arrivi esattamente lo stato d’animo che volete trasmettere. Altrimenti si rischia di fare il patatrac.

 Il modo con cui esprimersi non attiene certamente ai siciliani, che con questa parola in bocca ci nascono e ci muoiono. Non è un caso che, per scherzo o per offesa, a qualcuno venga detto senza troppe frottole: “Ma sempre la minchia in bocca hai?”. Il siciliano conosce un variopinto schema che potrebbe essere lungo e complesso come gli ideogrammi cinesi. Ma per chi si cimenta dalle altre regioni d’Italia si può fare un facile schema.

 A fare la differenza è spesso la prima lettera “i”. E’ lei che si allunga e si accorcia a seconda dei casi. Un “miiiiinchia” sarà inevitabilmente legato allo stupore. In genere c’è un pizzico di positività nell’espressione, sino ad arrivare alla completa gioia per una buona notizia. Ti sei laureato, hai vinto al lotto e via dicendo.

 Un velocissimo “inchia” senza neanche la pronuncia della “m” indica invece un pericolo. La possibilità di avere scansato l’auto che sta per venirti addosso o anche quella di veder tirare avanti il professore dopo che si è fermato a vedere se ti eri fatto passare il compito di matematica o la traduzione di latino. Cosa che avevi appena terminato di fare.

 Se la “i” è lunga ma ci si sofferma sulla “n” si è davanti ad una disdetta. Non siete riusciti a fare qualcosa. Avete preso un palo a calcetto o avete sbavato il rossetto che, con cura, avevate passato sulle labbra per esaltarne la forma.

LE RAGAZZE

Anche le ragazze usano la minchia. Come parolaccia. Non per parlare dell’affare che contraddistingue l’uomo. In genere, per quello usano sostantivi maschili ben più incisivi e precisi anche nell’immagine che direttamente trasferiscono. La usano più per espressioni legate alla noia o all’equivalente “mi piace” che si mette sui social. In modo delicato o per giustificarsi.

“Cicci, sono più di quaranta minuti che ti aspetto, mi avevi detto che eri pronta”.

Minchia, ma se ho fatto prestissimo!?

“ah, se lo dici tu…?”.

 Possono rafforzare anche un pensiero senza quasi fartene accorgere: “Minchia ma sei scemo?”. Oppure dare un peso maggiore al vago: “Che minchia ne so?”.

 Insomma, anche le donzelle hanno il loro mondo emotivo che ruota intorno all’affare.

LE PAROLACCE

 Sono tante ed ognuna serve ad uno scopo ben preciso. Alcune di esse possono anche essere usate per situazioni diverse ma arrivare, nell’intenzione, a colpire perfettamente il vostro bersaglio. Le più comuni sono queste.

 “Testa di minchia”: va usato per dire che una persona si è comportata in modo stupido o che ha fatto una cosa che non avrebbe dovuto.

In genere, chi riceve questa condizione in un contesto più serio è un po’ come un condannato a morte. E’ difficile tornare indietro sull’idea che ci si è fatta di quella persona.

“Minchione”: lo si usa al posto del “davvero?” ma anche per indicare una persona che magari fa lo scemo ma è simpatica. Nell’accezione negativa ci si riferisce invece a qualcuno che non ha proprio dove andare, che non è capace di integrarsi o di fare qualcosa nel modo corretto.

 “Sei una minchia”: significa che sei senza testa, che non controlli il tuo istinto e ti comporti in modo stupido. E’ la condizione che è preferibile non faccia parte del tuo modo di essere.

 Minchia molla: è colui il quale non riesce a rendersi un duro, proprio come durante un’erezione. E potete capire voi stessi quanto può essere grave non riuscire ad arrivare al dunque.

 “Minchia di mare”: poverina lei, l’oloturia, non c’entra proprio nulla. Sempre ferma in fondo al mare e pronta a espellere filamenti bianchicci simili a spermatozoi nel momento in cui la si colpisce sott’acqua. Ed è proprio così, se sei una minchia di mare non sei altro che un’ameba. Peggio per te.

 “A minchia di cane”: Sei stato dal parrucchiere e ti ha fatto un taglio non proprio alla moda o del tutto indecente? Ti ha fatto allora i capelli a minchia di cane. Non c’è esempio che renda meglio l’uso di questa locuzione.

 “Va scassaci a minchia”: è l’equivalente del “non rompere le scatole”, ma la locuzione può essere usata anche per mandare a quel paese la persona con cui state colloquiando.  L’espressione è tipicamente sicula e va pronunciata come fosse un’unica parola cui far saltare una “i”. Dovrebbe venir fuori più o meno così: “vascassacc’aminchia”. Esercitatevi.

 “Staminchia”: l’immagine che suscita è quella di un coso bello grosso. Che fa una certa figura, dunque. La parola sostituisce un più riduttivo “addirittura”, “complimenti” e via dicendo.

UN PIZZICO DI SCIENZA

La più importante enciclopedia on line, alla parola minchia spiega che si tratta di un termine latino “mencla” (da mentula – sporgenza) che stava ad indicare già a quel tempo l’organo riproduttivo maschile.

Ci sono versioni che indicano tale Min, dio egizio dal grande pene, e altre che si avvicinano alla funzione del mingere, ovvero di fare la pipì.

 Forse, però, occorre fare una digressione relativa all’etimologia del termine. Nel vocabolario è spiegato che l’uso del sostantivo equivale ad un’esclamazione. Un termine per indicare stupore, esattamente come oibò o il più esterofilo wow. Più difficile da decifrare è, invece, il collegamento tra l’esclamazione e l’uso del termine come indicativo dell’appendice sessuale dell’uomo. Varie sono le ipotesi, la più credibile sembra essere quella legata all’incontro tra Adamo ed Eva. Pare che quando decisero di mangiare la mela ed entrare nel peccato, Adamo si eccitò all’idea di poter avere Eva tutta per sé e, quando ella vide quel coso che da innocuo era diventato aggressivo e mostruoso, ebbe la forza di dire soltano: “Minchia!”. E così l’esclamazione oggi vene usata così.

 CONCLUSIONI

 Lo insegnano sin da quando si è bambini. Deve essere grande, più lunga possibile. Che serva o meno poco importa, è uno status simbol che ti porterai dietro per tutta la vita. Come andare in giro in Ferrari o con una anonima utilitaria. E allora giù col tira che allunga, con bimbi ancora muniti di pannolino che alla prima occasione utile prendono e tirano, prendono e tirano. E se il gioco riesce, tanto di guadagnato.

Non so poi le ragazzine come vengano a saperlo, ma lo sanno. C’è il passa parola dopo le prime esperienze dirette. Figurarsi. Ma anche fra uomini c’è un certo chiacchiericcio in età adolescenziale. Le palestre sono il campo di battaglia in cui potersi mostrare veri duri, anche se non si ha ancora la barba, o se invece è il caso di fare la doccia girati di spalle.

 Forme e colori, poi, hanno pure un bel da fare. Neanche si stesse parlando di un negozio di maglioni che espone tutta la propria merce in vetrina. Dritta, curva, di qua o di là e chi più ne ha più ne metta.

 Un argomento, in particolare, sembra rivestire parecchia importanza. Ma tu, dove lo metti? Effettivamente la cosa non è da sottovalutare, perché, tornando indietro di qualche riga, è la scelta che determinerà la forma futura, quella che definitivamente si presenterà all’universo dei partner da letto.

 Leggenda vuole che un tizio, una volta, sia andato da un compagno di scuola. Sarà stato si e no al primo anno di liceo. Bene, lui ci andò e gli disse se poteva accompagnarlo in bagno che doveva fargli vedere una cosa. Nessun uomo si tira indietro di fronte ad un amico che deve parlarli e quello, quindi, andò. Giunti fra gli orinatoi, il ragazzino si calò i pantaloni e le mutande e disse al compagno. Vedi? Ma tu sei combinato pure così? Sta sempre di lato. Io ho paura che, di questo passo, per accedere al paradiso devo mettermi di lato… Quindi attenzione alla conservazione nei boxer o nelle buon e vecchie mutande.

 C’è, in definitiva, come una venerazione dell’affare, soprattutto ad una certa età. E gli anziani te lo fanno capire che è il caso di dedicarci del tempo alla lavorazione di questa scultura. Perché è un po’ come le ali di Icaro, prima o poi (la minchia) finirà per sciogliersi.

Dario La Rosa – © 2016 – Tutti i diritti riservati

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