Dario La Rosa

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Libertà

foto mostra una bici d'epoca anni Quaranta trasformata in un'opera d'arte da Dario La Rosa. Il tirolo è Libertà

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Immaginate di dovere trasportare una bici da corsa su una Vespa.

Era quello che mi era appena successo. L’avevo caricata di traverso sul pianale e non mi restava che attraversare la città con questa sorta di mezzo alato.

Che problemi potevano esserci. Dovevo solo stare attento a non sbattere.

La città di cui parliamo è Palermo, notoriamente famosa per il suo simpatico traffico. Comunque, come fu, come non fu, la vespa e la bici sono arrivate a casa sane e salve, e pure io, che qualche dubbio in realtà l’avevo avuto.

Forse però è il caso di fare un passo indietro, perché vale la pena di sapere da dove veniva quella bici e che cosa dovevo farci.

Intanto, mi chiamo Dario, faccio il giornalista e vado a caccia di storie per poi scriverci libri se mi sono piaciute.

In quei giorni andavo alla ricerca di biciclette che avessero qualcosa da raccontare. Per la verità volevo averne una per farci un’opera d’arte. La volevo chiamare Libertà, perché ho sempre pensato che è qualcosa che devi prenderti con le tue gambe. Pedalare penso renda l’idea. Avevo chiesto in giro e avevo scoperto che negli scantinati di un locale alla moda che qualche decennio fa era stato un elegantissimo bordello, con tanto di balconata dall’alto sull’ingresso, c’erano una serie di biciclette che potevano fare al caso mio.

Era vero, in un angolo dello scantinato in cui ero arrivato attraverso un montacarichi, tra tavoli da biliardo, macchinari da bar e jue box non più funzionanti e abbandonati al loro destino, c’era un cumulo di biciclette appoggiate in fila su un muro.

Gli occhi avevano mirato su quella che, giusto giusto, era più vicina alla parete. Era visibilmente quella messa meglio. Erano bici appartenute alle forze dell’ordine e risalivano al periodo bellico. Bellissime, con i freni a bacchetta e il portagiornali sul manubrio.

Così, per prenderla, mi sono messo a spostare le altre che la precedevano. Alcune erano impolverate e storte, altre completamente arrugginite. Una aveva una forma diversa, però, era da corsa. Prima di prenderla per spostarla l’ho guardata. Era totalmente ricoperta da uno strato di materiale che somigliava al cemento. Sembrava come la superficie dei coralli e aveva l’effetto di quelle candele dei locali che, a forza di consumarsi, finiscono per ricoprire le bottiglie su cui sono state accese.

L’ho sollevata e mi sono impressionato. Era leggerissima. Va bene che era da corsa ma rispetto alle altre non c’era paragone. Allora ho provato a vedere se c’era qualcosa per riconoscerne la produzione, ma non c’era un angolo pulito. 

Non so se la leggerezza ha un suono. A me sembra di sì di sì, perché ho finito per portarmi a casa proprio questo telaio.

Provateci a scartavetrare a mano una bicicletta arrugginita. Provate a smontarla, soprattutto se i bulloni sanno resistere anche alla fiamma più calda. Eppure, piano piano, con una fatica da mangiarti i muscoli, ci sono riuscito. E scartavetrando qui e là mi sono accorto che, dalla parte frontale del telaio, stava venendo fuori qualcosa di interessante. La borchia in ottone della casa di produzione. C’era scritta anche una data: 1936.

Mi ero messo in testa di scoprire la storia di questa bici.

Non era semplice, ma dovevo trovare qualcuno che potesse ricordarsi quel nome. Qualcuno legato magari al mondo del ciclismo. 

Il posto in cui sarei dovuto andare si chiama via Divisi, una minuscola stradina che collega, in perpendicolare, due delle arterie storiche della città. Lì è tutto un dedalo in cui è bello perdersi per scoprire la vecchia anima di Palermo, ma via Divisi, almeno fino a qualche anno fa, la riconoscevi da lontano.

Era la strada dei biciclettai. Nei suoi trecento metri o poco più, le mura dei palazzi diventavano ogni giorno una vetrina a cielo aperto per tutti gli amanti delle due ruote. C’erano botteghe per la vendita, semplici meccanici e qualcuno che invece le biciclette le restaurava, partendo dai pezzi di ferro come il mio. Era lì che dovevo andare: in Vespa ma senza bici al traino questa volta.

Ho parcheggiato e mi sono messo a fare qualche domanda  in giro ma nessuno aveva mai sentito parlare di quel marchio. Forse era passato troppo tempo. E quando gli anni passano, senza che nessuno ne conservi la memoria, si perde tutto. Come le foglie secche spazzate via dal vento. Eppure non volevo mollare. Mi restava l’ultima bottega, quella in cui lavorava la persona più anziana tra quelle che avevo visto.

Mi sono avvicinato e gli ho detto: “Ne ha mai sentito parlare?”.

Solo che a Palermo, quando non sai chi hai davanti, la bocca la tieni sempre chiusa. Gli ho raccontato la mia storia, gli ho detto che ero un giornalista e che volevo solo cercare di recuperare una memoria perduta.

L’unica cosa che gli ho strappato di bocca è stato un: “Vai a vedere all’inizio della strada”. 

A quanto pare, qualcosa avrei trovato, guardando bene.

Ora, sui muri delle città puoi trovarci la qualsiasi. Scritte, segnali di uno sputo fresco, poesie appiccicate. Qui da noi puoi trovarci anche cassettine incastonate nella roccia che ricordano qualcuno. Lì, all’angolo della strada, c’era una di queste insenature. Una cassetta chiusa con una finestrella di vetro. Le chiamano edicole votive e in genere ci stanno i santi. Dentro, c’era un rimasuglio di fiori vecchi, lì da chissà quanto. Una lucina illuminava un nome e ne ricordava la storia. L’ho guardato. Era lo stesso nome impresso sul marchio della mia bicicletta.

Finito di guardare ho fatto una corsa per tornare a parlare con il biciclettaio che mi aveva dato la dritta. Ma forse avevo perso tempo, probabilmente non mi ero accorto dell’ora. La bottega era chiusa. Saracinesca abbassata. Nessuno davanti.

Nell’attesa di tornarci, ho continuato a lavorare alla bici, mi chiedevo se qualcuno ci avesse mai pedalato o magari ci avesse corso. Il produttore era certamente andato al creatore, ma magari aveva dei figli o qualcuno che poteva raccontare di una gara.

Bisogna sempre tornare dove si crede si possa trovare qualcosa, anche se è solo un’emozione. Pensa al mare, lo guardi e ti incanta, restituendo quello che portano le onde.

Al negozio ci sono ritornato il giorno dopo. Il bottegaio ha fatto finta di non riconoscermi.

“Sono quello di ieri, ricorda? Mi ha mandato alla punta della strada e quando sono tornato lei aveva già chiuso”.

Mi ha domandato se avessi trovato nulla.

“Sì che l’ho trovata l’edicola. Ma chi era questo signore?”.

Mi ha detto che era uno come tanti, solo, gli piacevano le bici. Aveva aperto la sua bottega e aveva avuto fortuna.

“Ma come spesso accade – mi ha confessato – le fortune finiscono se non c’è nessuno disposto a tirarle avanti”.

Mi venne in mente di quando, da ragazzino, andavo a fare il muratore. Alzavo sacchi pesantissimi di cemento sulle spalle e poi li caricavo su una carriola da portare ai mastri che stavano costruendo la casa. E, mentre loro martellavano chiodi sulle assi di legno, io sentivo il sapore della fatica che serve a mettere su qualsiasi cosa.

Da quella storia, in pratica, c’era poco da cavare. Ma non mi bastava, mi serviva l’energia giusta per far rinascere la ferraglia che mi ero portato a casa.

“Lei non si scanta di fare domande, vero? Ma perché vuole sapere di questo marchio che manco produce più?”.

Stavolta ero stato io a fare venire la curiosità al bottegaio e gli ho risposto sinceramente.

“Ho questa bicicletta da corsa, me la sono trovata in mano per caso. Era buttata in uno scantinato. E siccome a me piace fare rivivere le cose vecchie la sto restaurando. Per questo mi piacerebbe sapere a chi è appartenuta”.

Sorrise. Era la prima volta. Si lisciò i baffi e calò la testa come a dare risposta a qualcosa che doveva aver pensato.

Mi chiese se avevo una foto.

Allora ho preso il telefono dalla tasca del jeans e gli ho mostrato le foto che avevo fatto alla bici. Il come era e come stava diventando. 

Le guardò a lungo, scorrendo più volte. Poi mi guardò e si decise a parlare.

“Lo sa che forse è rimasto l’unico ad avere in giro questa bici?”.

“No che non lo so – ho risposto – ma mi faccia capire”.

Il bottegaio prese ad allisciarsi i baffi e poi poggiò le mani sul bancone di legno su cui metteva la merce da vendere o faceva piccole riparazioni. Mi raccontò che aveva lavorato per il produttore del marchio che mi ero portato a casa. Era un bambino, la prima esperienza di lavoro. E siccome di studiare non ne voleva, suo padre lo mandò da lui a lavorare. Mi disse che di queste bici da corsa ne avevano assemblate solo due o tre. 

“Erano per uno che correva – disse -. Una potenza era, veniva da qui, dalle strade di Palermo. Fine della storia. Ora è contento?”.

No che non lo ero. Non ancora.

“E questo ciclista aveva un nome? È ancora vivo?”, gli ho chiesto.

“Tonino si chiamava. Lo conoscevano tutti quelli che amavano le corse e andare in bici. Se campa ancora non lo so, ma non credo. Se è vivo lo trova dietro a una saracinesca del mercato delle pulci con suo compare. Dice che era il posto in cui aveva cominciato ed è lì che voleva finire i suoi giorni. Ma le sto parlando di tanti anni fa. Non ne so più niente io”, disse.

Lo ringraziai. Gli risposi che magari, se la storia avesse avuto una conclusione gli avrei fatto sapere. Misi in moto la vespa e partii. Sapevo già dove andare.

Il mercato delle pulci è uguale in tutto il mondo. Ognuno con le sue cianfrusaglie, ciascuno con la sua storia da raccontare. Quelli che riescono a resistere all’avanzata del nuovo da comprare a poco prezzo sono piccoli avamposti di un passato che abbiamo già lasciato alle spalle.

Questi posti profumano di storia, ne avverti l’odore del tempo nelle narici. E sono belli per questo, perché scosti la polvere e scopri un mondo che non c’è più. Che è andato via alla velocità con cui passano i giorni.

Quasi in ogni bottega, di fianco alla saracinesca d’ingresso, c’è un ragazzo o un signore che traffica con altra gente o aspetta un cliente in arrivo. Erano tutte persone troppo giovani per potere essere i ciclisti della ferraglia che stavo rimettendo a nuovo. 

Mi sono messo a passeggiare tra le botteghe in cerca di quella che poteva fare al caso mio. In ognuna c’era qualcosa che attirava il mio sguardo. Una cornice senza tela, un’ampolla di vetro verde, chiavi e lucchetti. Camminando sono stato richiamato dal suono di una radio. 

Si sentiva il fruscio ed era musica passata di moda. Ho provato a individuare da dove veniva. 

Più che una bottega era un minuscolo box, con attrezzi da riparazione e ferraglia alle pareti. C’erano solo alcune sedie di legno da riparare. Erano appese al tetto come peperoncini da fare asciugare al sole. Dentro, però, c’era solo il raggio di luce che entrava da fuori. Tutto il resto era al buio.

C’era un vecchietto, seduto su una poltrona messa di fianco a un tavolinetto da lavoro. Lì per lì non ho capito se stesse dormendo o se stava soltanto ascoltando la radio con gli occhi chiusi. 

Ne ho approfittato per guardarmi intorno. Le pareti erano sporche e buie. Gli occhi mi si sono poggiati su alcuni ritagli di giornale. Erano appiccicati uno sull’altro come a formare un collage che sembrava Guernica. Anche su quel muro pareva ci fosse stata una guerra. C’era una foto, però, che mi ha dato la spinta giusta. Si vedeva un uomo in sella ad una bici.

La canzone sfumò e l’anziano aprì gli occhi. Gli dissi buongiorno e fece il gesto di alzarsi senza riuscirci.

“Stia, stia, stavo dando un’occhiata”.

Mi rispose che lì ormai non c’era più niente da prendere.

“E cosa la spinge a venire qui alla sua età, allora?”.

Fu sincero, disse: “I ricordi, solo i ricordi mi tengono attaccato a questo luogo”.

Forse si era acceso un lumicino. Si sa, gli anziani hanno sempre voglia di raccontare qualcosa. 

“Che ricordi sono, ho tempo se vuole, le va di raccontarmi?”.

Così ho preso una di quelle sedie da riparare che non erano appese al tetto e mi ci sono seduto sopra.

“Stia attento che casca a terra”.

L’ho rassicurato con la mano, la sedia avrebbe retto.

Si fermò a guardare la radio. Immaginai stesse riascoltando la radio cronaca di una sfida in salita all’ultima pedalata, quella in cui le gambe sembrano esplodere e manca il fiato anche se stai arrivando in vetta e il vento soffia forte.

Mi guardò.

“Storie di bici le posso raccontare, le interessano?”.

“Certo che mi interessano”.

Volevo dargli fiducia e sono stato io a dirgli per primo che avevo avuto la possibilità di restaurare una bici antichissima. Gli ho raccontato di come l’avevo avuta e dello stemma d’ottone che c’era montato sopra. 

Gli luccicavano gli occhi come brillano agli anziani. Con piccole lacrime che non hanno più la forza di scendere giù.

Prese un respiro e si mise a raccontare.

Un dente d’oro non passa inosservato, neanche di notte e nemmeno se la pioggia cade incessante da ore. Calda, com’era quella sera a Palermo.

Tonino andava forte. Non ricorda neanche lui da cosa scappasse. Se dall’ultimo furto o da qualcuno che voleva prenderlo a mazzate. A dodici anni domande se ne faceva poche. Forse fuggiva solo dalle gocce che gli piombavano in testa. Era estate e quell’acqua arieggiava i polmoni. Da giorni si respirava la sabbia portata dentro le case dallo scirocco.

Con la coda dell’occhio si accorse di uno scintillio. Poco ci mancava che finisse a terra sul marmo. Per fermarsi era scivolato a lungo. Chi vive a Palermo lo sa. Appena si bagnano, le balate che ricoprono il dedalo di vie dei mercati diventano viscide come l’olio. Non era caduto, Tonino. C’era riuscito a stare in equilibrio. Era la cosa che sapeva fare meglio. Da quando era nato. Restare in piedi. Ad ogni costo. L’unico modo per tenere la testa fuori da quall’immondezaio che era la vita. La sua almeno.

Si calò e infilò l’indice e il medio nell’intercapedine della lastra di marmo. Al primo tentativo venne fuori una fanghiglia scura. Poi riuscì a prendere il pallino dorato. Lo avvicinò agli occhi. La luce dei lampioni gialli e gli occhi bagnati dall’acqua non gli lasciavano grande spazio di manovra. Riuscì a mettere a fuoco. Era un dente, un dente d’oro.

Gli fece venire in mente l’unico ricordo che aveva di suo padre. Lui ancora piccolo, sollevato a forza di braccia da chi lo aveva messo al mondo. Un sorriso sdentato. Storto e ubriaco. Un sorriso in cui lampeggiava la luce dell’oro in mezzo a un buco nero.

“Con questo ti puoi comprare tutto quello che vuoi”. 

Così gli aveva detto dopo avergli messo la faccia contro la sua. Ma di lui non aveva saputo più nulla. Pensò che fosse un segno. Lo strinse nel pugno e non lo mollò più. Se lo mise in tasca solo per aiutare la madre a sollevarsi dalla sedia della bettola in cui lavorava. Era da sempre così. Finiva il turno in cucina, si metteva seduta e si scolava una bottiglia.

“Non fare come me che arrivo stanca e mi siedo. Tu corri, corri sempre e non fermarti mai. Solo le gambe possono darti la libertà”.

Lo faceva Tonino, insieme al suo amico Peppe. Lo facevano quando riuscivano a infilare le mani nelle borse delle signore a passeggio e a tirar fuori i portafogli.

Tonino non dormì quella notte. Aveva paura di perdere il dente. Provò a resistere ma non ci riuscì. Si svegliò di soprassalto, quando la luce aveva appena iniziato a filtrare dalla persiana e l’aria era ancora fresca dopo la pioggia della notte. Aveva fatto un brutto sogno. Un uomo col camice bianco gli strappava i denti con una pinza. Non sanguinava ma sentiva il dolore. L’uomo diceva: “Non sono tuoi”.

Era sudato. La mano contratta. Dentro, però, il dente d’oro c’era ancora. Sapeva dove portarlo. Si vestì e fuggì via.

Il rigattiere non aveva nome. Per tutti quelli che lo frequentavano era solo il rigattiere. Erano grosse le sue mani, così come le spalle e il collo. Guardandolo in faccia si capiva che aveva la sua età. Alzava la saracinesca di una bottega nascosta in una viuzza del centro e ci si infilava dentro. La luce del sole bastava a illuminare la miriade di oggetti che ci teneva dentro. Un po’ di tutto, roba buona e roba cattiva. Se cercavi qualcosa ti sapeva dire dove trovarla e se invece ne avevi qualcuna da dargli gli assegnava un valore e ti faceva andar via contento. Per i ragazzini che rubacchiavano in giro era una sorta di banca. Tonino era uno di quelli.

Il rigattiere era seduto fuori su una sedia quando arrivò.

“Che c’è ragazzino, che hai portato? Fammi vedere”.

Tonino ebbe un attimo di titubanza. Sapeva che quell’oro non gli avrebbe fruttato così tanto dentro quelle mani. Ma lo tirò ugualmente fuori dalla tasca dei pantaloni e lo poggiò sul palmo pieno di linee profonde.

“Un dente? – rise richiamando l’attenzione del tizio che preparava le pentole per far bollire i polpi pescati di notte nella piazza lì vicino – che dovrei farci con un dente?”.

Tonino voleva rispondere ma fu il rigattiere a rubargli il tempo.

“Dimmi dove l’hai trovato”.

“Qua vicino, all’angolo della piazza. Era infilato in mezzo alle balate. Ieri sera l’ho preso, mentre pioveva”.

“E dimmi una cosa, ragazzino – sollevò il dente mettendoglielo davanti agli occhi con le dita che sembravano inghiottirlo – ce l’hai un sogno? Perché con questo puoi decidere di cambiare vita. È inutile che ti do i soldi, quelli te li bruci in una giornata o te li frega tua madre per farti mangiare. Dimmi, ce l’hai un sogno?”.

Tonino i sogni ce li aveva ma non aveva mai avuto la forza di spacchettarli. Stavano sigillati come le conserve dentro una latta che non aveva ancora osato aprire.

“Non ne hai, ragazzino? Sei ancora piccolo? Allora te lo racconto io che cosa è un sogno. Guardalo bene questo dente, lo sai di chi era?”.

“No”.

“Era di uno che chiamano mezza stampella. Uno che fa a cazzotti. Uno che ha una gamba un poco più bassa dell’altra e quando saltella per schivare i pugni sembra che penda da un lato. L’altro ieri notte c’è stato un incontro e mezza stampella le ha prese di brutto. Quell’altro era scaltro e veloce. Più veloce di lui. E nella vita, certe volte, dei essere veloce per non farti fregare. Lo sai chi era l’arbitro del match?”.

Tonino, in piedi davanti al rigattiere, stava per fare no con la testa. Ma lo sguardo aveva già parlato.

“No, non dirmelo. Te lo dico io. Ero io l’arbitro. Ci sono sempre io in mezzo a quelli che fanno boxe per strada. Volevo diventare un campione. E lo ero. Guarda che braccia mi ritrovo. Mi hanno beccato dopo una rapina e fine della storia. Mi è rimasto solo di poter guardare gli altri. Ma questi, questi che lascio scannarsi sono tutti atleti bruciati. Sono quelli che i sogni li hanno lasciati volare via come i palloncini. Quelli che pensano solo ai soldi o che credono che per vincere si può bluffare. Non è così, ragazzino. Mettitelo bene in testa. Che anche qua sulla strada ci sono le regole. E senza regole non si va da nessuna parte. Te lo ripeto per l’ultima volta. Ce l’hai un sogno?”.

Tonino ci pensò ma non gli venne in mente nulla. Poi chiuse gli occhi. Si vide su una bici. Pedalava e sentiva il vento in faccia. Volava anche, come fanno gli uccelli. Non hanno pensieri e forse lassù è tutto più leggero.

“Correre, mi piace correre. Ci viene una bicicletta con questo dente?”.

“Ragazzino. Te lo ricordi che cosa ho detto delle regole? Ora tu fai una cosa, vai al panificio che c’è a due isolati da qui, quello davanti al mare della Cala, così guardi le barche e ti rifai gli occhi. Entri e chiedi del panettiere. Non lo chiamare mezza stampella perché ti stacca la testa. Vai e gli dici che hai trovato questo dente e che ti hanno detto che era suo. Poi passa domani mattina qui da me, che vediamo che possiamo fare dei tuoi sogni”.

Silenzio. La bottega si era ammutolita sotto il suono di quelle parole. Anche la radio sembrava parlare a bassa voce.

Quando ha finito mi è venuto di fargli una domanda: “E’ lei Tonino, vero?

Mosse la testa.

“No non sono io Tonino. Ero solo un suo amico. E gli amici sono quelli che tengono in vita le avventure che si sono vissute insieme. Ero il suo meccanico, gli stringevo i bulloni quando serviva”. 

Gli ho stretto la mano e me ne sono andato. Volevo andare a riguardare la bici. Sembrava lucente, come fosse pronta a vivere una nuova vita. Volevo farci una pedalata. Sono montato in sella e ho sognato a occhi aperti le ultime parole del vecchio, come se le avessi in sottofondo.

Qualcuno se lo ricorda ancora Tonino. Che con quella bici comprò la vita a buon prezzo. Gli avevano anche dedicato una poesia scritta su un muro dopo tutte le gare vinte. Oggi non c’è più Tonino e neanche quella scritta. Chi lo ha visto passare dice che a Tonino non si poteva star dietro. Aveva una marcia in più. Faceva quello che gli aveva insegnato la mamma. Con le gambe voleva solo andarsi a prendere la libertà.

Dario La Rosa – © 2024 – tutti i diritti riservati – Musiche originali del podcast Casimiro Pecoraro

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